lunedì 30 ottobre 2017

Il mio grosso grasso segreto omo (racconto)




Oggi è il gran giorno. Oggi mi sposo. Dovrei essere felice. Al settimo cielo. Eppure non lo sono. Mi sento come se stessi andando a un funerale. Mio fratello, che stamattina è venuto a salutarmi prima di fare un salto dal barbiere, ha notato subito quanto fossi giù di corda. Mi ha dato una spallata, come facciamo sin da piccoli. “Che cazzo c’hai, oh? Mica ci vuoi arrivare così all’altare?” Io mi sono stretto nelle spalle e gli ho detto che tanto mi sarebbe passata, che tanto quelle che mi leggeva in faccia erano solo le preoccupazioni sul futuro. Perché tutti sanno che io penso al futuro. Mi vedono qui, presente, nella carne e nello spirito, ma sono consapevoli che con la mente sono già agli inghippi finanziari e famigliari che incontrerò lungo il cammino. Sono fatto così. Se non pianifico, muoio dentro.
Ma oggi quella che tinge di grigio antracite un umore che dovrebbe avere i colori dell’arcobaleno è un segreto che mi porto dietro da un pezzo. Più o meno dagli inizi della mia relazione con Stefania. Sono bisessuale. Mi piace la figa ma anche il cazzo. Soprattutto il cazzo. Non lo sapevo prima di due anni fa, quando, ubriachi fradici, io e il mio amico Guglielmo – che mi farà da testimone di nozze – ci siamo scopati selvaggiamente svegliandoci il giorno successivo tutti imbrattati di sborra. Da allora, con una certa regolarità – un paio di volte a settimana – vado a farmi fare l’iniezione di cazzo da lui, che me lo srotola dentro con piacere, fiero di aver convertito anche me, lui che è orgogliosamente omosessuale, alla sodomia. Non direi che quella con Guglielmo sia una relazione vera e propria. Anzi, non la chiamerei affatto relazione. Sentimenti non ce ne sono, in gioco ci sta solo una fame carnale che si placa dopo un’ora piena di cavalcate.
Ma anche se relazione non è, questa abituale rimestata di corpi inizia ad apparire come un grosso segreto. Un segreto di proporzioni bibliche che non posso fare finta di schiacciare sotto le promesse nuziali. Il matrimonio è un’istituzione sacra. E io la rispetto profondamente. Non si può cementare un’unione con le menzogne.
È da qualche settimana, col giorno fatidico che guadagna sempre più terreno sul calendario, che mi riprometto di rivelare tutto a Stefania. Ho preparato anche il discorso. Ho scelto accuratamente ogni parola e valutato ogni possibile reazione che ne potrebbe scaturire. Se a ‘momenti di debolezza’ le fosse sfuggito un grido iroso, avrei ribattuto subito con ‘io amo solo te’. Se al mio ‘perdonami’ mi fosse arrivato uno sputazzo in pieno viso, non mi sarei neanche pulito a dimostrarle che la sua saliva non mi fa schifo, ma che anzi mi piace ancora. Però alla fine non le ho detto nulla. Da vigliacco quale sono, ho lasciato che i giorni con tutta la paura e il terrore si accumulassero fino a ridurmi al silenzio. E in tutto questo struggimento, non c’ho ‘manco pensato a diradare le inseminazioni di sperma. Si sono svolte abitualmente, anzi, con più frequenza di prima. Il sesso con Guglielmo mi ha aiutato ad alleviare i dubbi che mi pesavano in testa. Almeno fino a ieri.
Oggi, al pompino che mi ha fatto al risveglio, nella camera d’albergo vicino allo strip club – ovviamente per maschietti gay – in cui mi ha trascinato la notte prima, non ho sentito niente. L’eccitazione, quel fuoco che mi si scarica nelle vene e mi risale lungo la schiena, non l’ho sentita mica. Neanche mi si alzava, la bandiera. Era una moscia protuberanza che ‘manco un esercito di lingue avrebbe potuto ravvivare. Guglielmo se n’è accorto subito, e dopo qualche tentativo, a bocca spalancata, prima che l’esperienza si facesse umiliante, per lui e per me, mi ha invitato a rimettere tutto nella patta.
“Amico, oggi mi sa che non è il caso. Pronto a sposarti?”, mi ha fatto con un gran sorriso.
Ora sono nello stanzino del seminterrato di casa. Sto finendo di sistemarmi la cravatta davanti allo specchio e aspetto che mamma e papà mi chiamino per andare in chiesa. Mentre stringo il nodo, mi viene in mente che potrei anche impiccarmi qui. Potrei appendermi al gancio che pende dal soffitto e fare ciao ciao alle bugie e alle responsabilità. Ma la verità è che non ho le palle ‘manco per compiere un simile gesto. Sono così pavido, così stritolato dalla mia meschina vigliaccheria, che non sono capace neanche di scegliere l’ultima via di fuga che mi resta. Andrò all’altare, pronuncerò un solenne sì davanti a tutti, ma non sarò io. Non il solito Fabrizio. Al mio posto ci sarà una controfigura svuotata di tutto il ventaglio di emozioni possibili, che approderà alla fine del giorno come un automa, per inaugurare una vita insapore di ipocrisie.
Mia madre – o almeno la sua faccia a forma di melanzana – invade il rettangolo della porta e i miei pensieri. “Noi siamo pronti!”, fa con gioia incontenibile. L’intonaco che qualche professionista del mascara le ha messo al posto del trucco è già sbavato. Sicuro che prima di scendere si sia fatta uno di quei pianti commossi in cui mette a confronto il bambino che ero con l’uomo adulto e responsabile che non sono. È sempre così a ogni tappa decisiva dell’esistenza. Il mio primo giorno di scuola mi ha versato un Arno addosso perché avevo imparato a scrivere nome e cognome.
“Va bene, mamma.” Mi guardo un’ultima volta nello specchio. Controllo se la facciata di tranquillità è a posto, se non ci sono le screpolature delle preoccupazioni. Mi giro di qua, mi giro di là. No, non c’è niente. Pronto alla più grande menzogna della mia vita. Salgo le scalette e quando arrivo in cima, stampo un bacetto sulla guancia di mamma. “FABRIZIO!”
Se le lacrime le rovinano il trucco non le frega, ma se lo fa un gesto d’affetto sì. Bella logica. Comunque, nel giro di tre secondi la faccia imbufalita già si schiude in un sorriso felice. Mi tende il braccio e io intreccio il mio al suo, pronti ad andare al patibolo.

In chiesa, prima ancora di cominciare, c’è già uno scoppiettio di flash. Fotografi impazziti che vogliono catturare ogni dettaglio della cerimonia ‘manco fossimo delle celebrità da copertina. Renzo, mio cugino, mi saluta con la mano dalle prime file della navata centrale. Teso come sono, rispondo con un cenno della testa senza scompormi più di tanto. Quante cose vorrei raccontare a Renzo. Renzo non è uno di quei cugini con cui scambi due chiacchiere solo a Natale e a Pasqua, quando i genitori ti intrappolano nei loro riti famigliari. È un amico, una persona che ascolta, che empatizza, che fa suo il dolore tuo e poi ti vomita addosso una scarica di consigli che tu non saresti mai in grado di elaborare. A Renzo avrei potuto raccontare tutto. Della bisessualità, del sesso con Guglielmo, dell’amore che nonostante tutto provo per Stefania. Ma non l’ho fatto. Forse perché certe verità non ero neppure capace di ammetterle con me stesso.
Mi sistemo a lato dell’altare, lì dove posso ammirare le facce sorridenti di tutti i presenti, inclusi i genitori di Stefania che mi fissano con gli occhi che lampeggiano di minaccia. Il loro eterno timore, e pure fondato, è che la faccia soffrire, che succhi tutto quello splendore vitale che la infiamma di entusiasmo strapazzandola a suon di infedeltà. Nonostante le mie poco convinte rassicurazioni, le paure, imbottite di astio e diffidenza, sono ancora lì, vigili negli occhi piene di venuzze violacee.
Saluto i futuri suoceri con un altro cenno della testa, ma loro, anche se non posso sentirli bene, mi pare grugniscano.
“Lasciali perdere!”, mi sussurra mia madre. “Quando diventano consuoceri, ci penso io a loro. Tu pensa solo a essere felice con Stefania.”
Oh, grazie, mamma. Essere felice con Stefania. Sai sempre quali sono le parole giuste da pronunciare, eh. Prima di tutto non so cosa sia la felicità. Ne ho avuto vari assaggi, nel corso dei miei trent’anni, tutti flebili e transitori, ma non ho mai davvero capito cosa fosse, come fosse fatta davvero. L’idea di stare con Stefania poi mi fa sorridere. Ma è un sorriso puerile e innocente che vale per le coppie di adolescenti. Per due adulti alle soglie della vita matrimoniale è un flagello, una premonizione di instabilità.
Quando guardo tutti gli invitati, quando li includo in un’occhiata ampia e larga capace di abbracciare tutte e tre le navate, capisco esattamente quale sia la scelta giusta da fare.

Stefania nel suo sfavillante abito da sposa appare nel rettangolo luminoso della porta col braccio infilato sotto quello del padre. Mentre avanza lungo il tappeto rosso scocca sorrisi raggianti ai parenti e agli amici che la salutano con la mano.
Sento il battito cardiaco che accelera. Fra un po’ il cuore schizza fuori dal petto. Ho paura di quello che sto per fare. Fino a pochi minuti fa mi sembrava la cosa più logica e giusta. Ora inizio ad avere qualche dubbio. Il faccino di Stefania stillerà lacrime, questo non lo posso evitare. E non posso neanche evitare gli improperi che voleranno da entrambe le fazioni, la mia che si suppone debba appoggiarmi in ogni scelta e non lo fa mai, e quella di Stefania, che avrebbe tutti i motivi per darmi contro. Però lo sguardo affranto dei miei genitori non so se riuscirei a sopportarlo. Mamma ha degli occhioni che quando si riempiono di lacrime diventano smeraldi lucidi e tristi, e papà mette su l’espressione da cucciolone bastonato con cui mi schiaffeggiava l’umore fin dalle prime marachelle scolastiche. No, il dolore non so se sarei in grado di mandarlo giù. Ho paura che mi mandi in pezzi, così come sta facendo l’ansia alle mie gambe.
Stefania guadagna il mio fianco e infilo tutte le preoccupazioni sotto il sorrisone bianco e lucente che le punto addosso. Lei mi sorride di rimando scostandosi il velo che le pizzica una guancia.
“Signore e signori, siamo qui riuniti per celebrare il matrimonio tra Fabrizio e Stefania…”
“Ehm… vorrei dire prima una cosa.” È il momento. Adesso. Ora o mai più. Ora o un’eternità di menzogne. Ora o una vita scomoda che non è della mia misura. Stefania inarca le sopracciglia. È la prima che fiuta il pericolo. Tutti gli altri ci arrivano con grande ritardo, cullati in un momento di smarrimento fatto di bocche e occhi sgranati.
“Sentite. Io…” Stefania senza tanto dare nell’occhio mi pinza un lembo dello smoking fra indice e pollice. Con la faccia terrorizzata mima un: ‘Ma che cazzo stai facendo?’
Mi sgancio dalle sue dita, perché so che non appena avrò finito quel tocco delicato tramuterà in una possente sberla capace di rimescolarmi occhi, naso e bocca, e proseguo, stavolta guardando con coraggio, uno per uno, genitori e amici più cari. “Io oggi non posso sposarmi. C’è un’altra persona nella mia vita…”
Ecco la sberla. Sono così pronto a riceverla che invece riesco a schivarla. Stefania si toglie il velo e lo getta furiosamente a terra. La mamma, intuendo quello che sta per accadere, si precipita ad afferrarlo prima che possa calpestarlo coi tacchi. Il padre, l’uomo che mi odia fin dal giorno del primo incontro – ossia, una serata parecchio convulsa fra telefoni che squillavano a tavola e richieste infastidite di spegnere, fra battute sporche che gli sbattevano addosso senza scaturire le risate prefigurate e lagne politiche che invece non suscitavano il mio interesse – si alza in piedi, con tutti i suoi cento chili di vene varicose, porri e verruche e mi guarda. Mi guarda soltanto. Con un’espressione che di primo acchito, a uno che è estraneo all’articolata tavolozza espressiva della sua faccia, potrebbe persino risultare pacifica. Ma io, che in questi anni ho imparato a conoscerlo un po’, so che dietro la calma si agita un uragano di urla che aspetta solo un minimo innesco. Un’altra mia parola, un cenno e si salvi chi può. E infatti quando il piede, mai troppo lesto, si indirizza all’uscita, rimbomba: “BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA, PEZZO DI MERDA, SCHIFOSO BASTARDO CHE NON SEI ALTRO. MA COME CAZZO TI PERMETTI…”
I miei piedi mi conducono fuori, nella brezza primaverile che mi sfrigola sulla pelle. Ho il cuore che mi bussa insistente al petto e la dignità che sgocciola a terra col sudore. Nonostante il velo opaco che mi oscura la vista, riesco a distinguere la figura di Guglielmo che mi sorride e mi viene incontro.
Mi stringe forte. “Almeno così potremo scopare senza più sensi di colpa.”

giovedì 12 ottobre 2017

E tu? (racconto)


La luce arancio del tramonto si infila fra le chiome degli alberi e tinge le panchine sul marciapiede. Un bambino s’avventa su un pallone da calcio con le sue gambette paffute, mentre tutti i compagnucci attorno provano a sottrarglielo. Allargo le braccia. Mi lascio inglobare nella brezza estiva. È una sensazione bellissima, quasi come fare il bagno nelle bolle di sapone se sapessi com'è. Una volta, io e mio padre – quando ero ancora in età da passeggio col papà – si fermava in un punto del marciapiede e a occhi chiusi cercava di individuare la direzione del vento. Quando lo faceva, mi pareva uno di quei sacerdoti antichi che s’apprestano a perpetrare un sacrificio, e mi faceva pure un po’ paura. Gli afferravo un lembo dei pantaloni e tiravo con forza finché lui non mi accecava con quei sorrisi bianchissimi che solo qualche anno dopo alcool e fumo avrebbero opacizzato e mi diceva: “Possiamo andare.” Così, con calma zen.
Il bambino riesce a sventare ogni attacco e porta il pallone in rete – due stanghe di ferro che si reggono come una turista sfinita di camminata a Roma che fungono da rete. Batto le mani, come un cretino, e tutti loro giustamente mi fissano con la tipica espressione deliziata da: ‘Ma questo che cazzo vuole?!’ Li saluto con un cenno veloce e proseguo oltre.
Arrivo fino alla gelateria ambulante che oggi è arenata nel parcheggio delle auto. L’esercente, un vecchietto che aggredisce la giornata con le occhiate tiepide e vacue di chi ha perso le speranze, si torce le mani alitandoci sopra. Mi controllo le tasche. Vorrei dargli un po’ di contentezza. Due euro sono sempre meglio di una giornata a vuoto. Ma nelle tasche trovo la confezione vuota di un preservativo, che mi affretto a buttarmi alle spalle, adocchiando a destra e sinistra per controllare che nessuno mi guardi, e un centesimo. Non credo che con un centesimo ci esca un cono o anche solo un mignolo di panna. Per cui, mi spiace, caro nonnino, oggi è giornata dura e senza sconti.
Guardo l’orologio. Sono le diciassette. Di solito, quando ho un appuntamento non guardo mai l’orologio. Mi rende nervoso, impaziente. Ogni dubbio esistenziale mi fiocca in testa e scava una crepa sulla relazione che spero decolli. Ma stavolta non mi trattengo. Stavolta l’occasione è di quelle speciali. Proprio qui, in quest’abbraccio di verde, su questi marciapiedi che i miei piedini cullano fin dall’infanzia, voglio chiedere la mano del mio sposo. Sì, compiere il grande passo e accorciare la distanza fra una storia d’amore di promesse fatue e traballanti e un legame eterno e resiliente.
Nel petto non ho un cuore che batte a mille, ma un tamburo che ritma una melodia ansiogena. Non so proprio come Giorgio, il ragazzo che ormai frequento da un anno, reagirà. Spero che il suo sia lo stupore galvanizzato delle sorprese inaspettate e belle e non la meraviglia irritata di chi aborrisce siparietti pubblici. Non lo conosco così bene da potermi buttare in certi pronostici. Dovrò viverlo fino in fondo per quello che sarà, un umiliante fallimento o la svolta clamorosa di tutta la mia turpe esistenza dissennata.
Il nonnino mi guarda con un mezzo sorriso che gli ricasca subito dentro la bocca sdentata non appena torno a guardarlo. Sembra aver letto la preoccupazione sulla mia faccia. Gli sorrido, ma quello si volta da un’altra parte, verso il canto degli uccellini e le promesse d’estate che si colorano all’orizzonte.
Una mano bussa sulla mia spalla e chiede udienza al mio sguardo. Mi giro. Eccolo qui. Occhi azzurri che galleggiano dentro l’armonia di un viso perfetto e labbra lucide che esigono baci puliti e romantici. Il mio amore. Ci baciamo, ma svelti – Giorgio cova la fobia di un attacco omofobo – e ci abbracciamo – ma di quegli abbracci sentiti, lunghi, che esprimono nostalgie palpitanti e amore sconfinato. Quando ci stacchiamo, noto che a Giorgio brillano gli occhi. Gli brillano gli occhi solo se ha qualcosa di grosso da comunicarmi. L’ultima volta che nelle cavità oculari aveva degli Swarovski era quando mi aveva riferito che al lavoro gli avrebbero assegnato la macchina aziendale. Ora che avrà conquistato, l’azienda tutta?
“Tesoro, c’è qualcosa che voglio chiederti.”
“Anch’io.”
Non so se dargli la precedenza o anticiparlo. Se vado di anello e lui ha qualcosa di ancora più grosso da buttarmi addosso, che pesi più di tutti i carati d’oro, alla fine il momento sarebbe guastato. Ma cosa può esserci di più grosso di una proposta di matrimonio? Una zia che torna dall’aldilà piena di quattrini? Un appartamento che spunta improvvisamente intestato a suo nome alla maniera dei politici?
“Di’ tu!” Faccio il galantuomo.
Giorgio infila una mano nella tasca della giacca, ma lentamente, per gravare di peso la scena. Tira fuori un anellone bianco e si china a terra. Ha l’espressione carica di speranza che mi sono preparato io lungo il tragitto, le labbra rovesciate nello stesso modo in cui le avrei rovesciate io.
“Mi vuoi sposare?”
Tiro fuori l’anello che avevo nel giubbotto. Glielo faccio oscillare davanti al viso. “E tu?”

domenica 17 settembre 2017

"Triple Standard", la tripla faccia di chi non è se stesso


Cosa significa essere uomini? Picchiarsi il pugno sulla spalla e fare la voce grossa? Avere un fisico statuario da sfoggiare davanti agli altri per fare a gara a chi ha la muscolatura più massiccia? Purtroppo tanti la vedono ancora così. C'è ancora una fetta consistente dello Stivale - del mondo - che non riesce proprio a concepire l'avere un cazzo tra le gambe e il fare attività così "poco da maschio". Se investi più cura del necessario nel vestire, bè, allora l'epiteto 'frocetto' te lo devi beccare e ti devi stare pure zitto. Se invece il calcio non ti piace, allora sei proprio "ricchione", un clown scappato dal circo che merita tutte le risate che gli si butta davanti, intorno e dietro (ma non nel culo perché poi gli piacerebbe).
Naturale, quindi, che in un contesto dove l'omofobia contamina l'aria che si respira, chi è attratto da un altro ragazzo non possa percepirsi come gay. Fa sesso, si infila nel suo deretano o forse è lui il deretano che viene infilato, per sfizio, per gioco, per divertimento. Mica per amore. Non può esserci amore con un altro uomo. Escluso.
"Triple Standard", il cortometraggio del 2010 firmato da William Branden Blinn, racconta tutto questo. Un segreto che vive fra le lenzuola e che muore oltre la soglia della camera da letto. D e Crim sono conviventi. Il primo è perdutamente innamorato dell'altro, il secondo pure ma ha vergogna ad ammetterlo perché sarebbe una "cosa da gay". Questa pesante disparità, questa duplice percezione della vita di coppia omosex  che ha funzionato per tre anni a un certo punto non può più reggersi sul sordido compromesso giocato da cazzo e cuore. E' arrivato il momento, con la pazienza asciugata, di ammettere, per il bene dell'uno e per il bene dell'altro, di essere gay e innamorati. E' il momento di tirar fuori la prima faccia (il titolo è un'allusione alle tante facce - tre - che esibiamo in giro) e mostrare solo quella. Ma Crim ci riuscirà?
Il cortometraggio di Blinn - il cui materiale delicato, maneggiato con maestria, avrebbe potuto benissimo essere diluito in un film - si posa leggero sulla vicenda. Ci va piano. La camera non fotografa, non rapisce e si appropria della scena, ma la accarezza. Proprio come la mano di una mamma che va a rimboccare le coperte. O - più calzante - come la mano di un fidanzato che lancia un tenero invito all'amato. E questa carezza di camera prima ci conduce in una partita di basket fra amici - che non ha l'agilità tesa e galvanizzante delle partite vere dove la mdp a mano si prodiga in un profluvio di close up e mezzi busti, ma che ha invece la lentezza giusta per indugiare e investigare i disegni complessi dei muscoli sui torsi nudi dei protagonisti e i loro amici a lanciare un messaggio preciso, a manifestare la base di carnalità su cui si innesta tutto l'impianto narrativo. Ma alla dolcezza di queste prime riprese introduttive, un po' quasi establishing scene, un po' assaggio di tema, si contrappone la durezza della camera fissa degli spogliatoi che accompagna l'inciting incident, l'evento che rimescola le carte e mette in moto questa mirabolante partita narrativa, a cavallo fra amore e sensualità: un amico scherzoso lecca l'ascella di Crim e lui, come un antifurto incapace di discernere i falsi allarmi da quelli veri, ulula furente le meglio finezze omofobe ("Frocio", "Ricchione"...) che scatenano la rabbia del convivente. La perfetta simmetria della struttura cinematografica affiora in tutto il suo prorompente splendore nel vestirsi leggero e pulito - complice la fotografia che si giostra col tenue, in un delicato incontro fra buio notturno e luci casalinghe - delle sequenze finali, quando la domanda centrale lambisce una risposta.
Bravura tripla, del regista e dei due attori, Lee Amir-Cohen e William Jennings, che non si risparmiano neppure in un'inquadratura. Threesome standard.

lunedì 11 settembre 2017

El Toro (racconto)




L’insegna luminosa con la scritta a caratteri cubitali ‘El Toro’ mi incute un po’ timore. Il toro, ritratto lì accanto, ha un cazzo brillante che passa dal roseo al rosso e sulla sua sommità fioccano gocce di sperma abbaglianti. Non sono mai stato in un locale gay. Questa è la prima volta. Mi guardo attorno, imbarazzato. Ho paura di notare volti familiari. Se qualcuno mi becca come potrei giustificarmi? “Sai, ero da queste parti e avevo sete…” Sì, sete di sborra. Saprebbe subito di me e lo andrebbe a raccontare in giro.
Ma allora perché non me ne torno a casa? Potrei spararmi un bel video porno, magari una cosa a tre con quell’attore figo di cui ho scoperto solo ieri il nome. Mi partirebbe uno spruzzo buono per ridipingere tutta la parete. Ma no. È il momento del grande passo. Stasera. Adesso. Basta indugi. Basta tentennamenti.
Con la mano tremante spingo il battente. Urla disumane e musica techno provano a ricacciarmi indietro. Stringo i pugni e stavolta penetro nel locale con la feroce tenacia di un piedipiatti che si accanisce sulla porta di un delinquente. La faccia mi si distorce in una confusione di linee oblique. È faticoso abituarsi al baccano. A casa avevo tutta la quiete necessaria per cullare le mie fantasie erotiche. Qui sembra di stare in un campo della seconda guerra mondiale, solo che al posto dei militari che sfoderano i fucili, ci sono tanti gay che scalpitano all’idea di spianare i pistolotti. Raggiungo il bancone. Raggiungere non è il termine esatto. Navigo, fluttuo, sorpasso per arrivare ad aggrappare le mani al bordo argentato del bancone. E mi devo subito spostare perché un omone grande e grosso dall’aria poco raccomandabile con un indice perentorio mi indica che lo sgabello accanto è occupato.
“Non sembri un tipo di queste parti.”, mi fa il barista con un canovaccio sulla spalla e una curva sulle labbra che in un secondo può diventare un sorriso lucido di interesse o un’espressione di circostanza, di quelle che si rifilano ai forestieri scialbi e senza fegato. Tutto dipende dalla mia risposta. “Strano, eppure ci vediamo sempre nei tuoi sogni.” Ci vediamo sempre nei tuoi sogni? Ma come cazzo mi è venuto in mente? Adesso lo faccio scappare via. Lo guardo. Invece resta lì. E fa un sorriso aperto, apertissimo.
“Come ti chiami?”
“Francesco.”
“Francesco – si china a prendere una bottiglia di rum e un bicchiere – questo lo offro io.”
Si protende verso di me e accosta le labbra all’orecchio. Più che accostarle ce le struscia. “E se poi ne vuoi ancora ce ne beviamo altro sul retro, io e te, da soli.” Mi strizza un occhio.
Wow, sono appena entrato nel locale e ho già ricevuto la mia prima proposta indecente. Datemi altri dieci minuti e il bar sarà mio. Mentre ingollo il bicchiere di rum, il barista agguanta la bottiglia e si inoltra con incedere lento e sensuale verso la porta dietro il lavello voltandosi di tanto in tanto con lo stesso sorrisino malizioso di una peste che ha escogitato uno scherzo brillante per vedere se lo sto seguendo con lo sguardo. Non appena si tuffa nel nero dietro la porta, mi sistemo la giacca e mi do una sbirciata intorno per controllare se qualcuno ha notato la mia conquista rapida e indolore. Le chiappone hanno abbandonato lo sgabello e hanno portato l’omone in un punto del bar dove le luci si imbizzarriscono e crescono e precipitano di intensità senza un ritmo preciso, roba che se fossi stato al suo posto avrei già vomitato, ma nessuno sembra aver visto niente. Il mio primo colpo da Don Giovanni non ha avuto spettatori.
Mi avvio sul retro prima che il barista ci ripensi e torni al suo posto aspettando che qualcun altro gli faccia battute cretine. Mentre spingo la porta, un odore a metà fra il cavolo stantio e le scoregge di mio nonno mi investe impietoso.
Il barista, che si è già tolto la maglietta, con gli addominali che pulsano al ritmo della sua risata, si appoggia contro una parete. “E’ disgustoso l'odore, vero?”
“Un po’.”
Si porta vicino a me e con la lingua mi traccia un cerchio sulla guancia. “Ma a noi che ci frega? L’importante è divertirsi.”
“Già.”
“Solo – si abbassa i pantaloni mostrandomi una protuberanza flaccida tenuta insieme coi punti – io ero donna e ho fatto l’operazione da poco. Avrei dovuto dirtelo prima, vero?”, mi fa, mentre glielo accarezzo, insicuro.
“Bè, direi…” Faccio ancora in tempo a tornare a casa. Meglio un cazzo finto tenuto in mano o meglio un cazzo finto visto da uno schermo? Intanto che ci penso ho già la bocca sulla sua mascolinità fresca di chirurgia.