venerdì 22 gennaio 2016

Per un paio di collant


Mi guardai attorno. Il letto era sfatto e sulle coperte ammonticchiate era stata deposta una valigia. Mi avvicinai per vederne il contenuto. Un paio di stivaletti dalle punte smussate e una polo ripiegata alla meno peggio. Mi chiesi perché mia madre stesse facendo i bagagli. Dopotutto, lei e papà erano appena tornati insieme. La loro relazione era stata travagliata, contrassegnata da alti e bassi, ma negli ultimi tempi, punteggiati da uscite in pubblico, al cinema e in qualche sfarzoso ristorante, sembrava che le divergenze si fossero appianate. O almeno così speravamo, io e mia sorella Luana.
Lei, stringendosi il suo peluche - un coniglietto dalle orecchie oblunge che ricordavano più un paio di antenne radiofoniche, quelle piazzate in cima alle auto - mi ripeteva ossessivamente che mamma e papà avrebbero trovato una soluzione, che sorridenti, l'uno fidandosi dell'altra, sarebbero tornati a casa avviluppati in un'aria di letizia e gaudio a loro inedita e che avrebbero dichiarato a gran voce l'intento di ripristinare il clima di festa che vigeva prima, in casa.
Ora le parole di Luana mi risuonavano ovattate in testa, come se giungessero da chissà quale remoto, oscuro antro.
"Armando!"
Mia madre ferma sulla porta della stanza sembrava una regina. Una di quelle con una chioma voluminosa che nei film e nei telefilm stazionano nei pressi di un trono a legiferare e ad emettere ordini perentori. Per quell'aspetto e quell'aria signorile, ci aveva sempre spiegato papà, vicino al fuoco crepitante nel caminetto, come sempre quando si addentrava negli aneddoti di famiglia, la mamma si era ritrovata la strada del successo spianata. I professori all'università si erano lasciati ammaliare dal suo fascino e mentre quella balbettava qualche risposta ai loro quesiti, loro annuivano anche se quanto spiegava era quanto di più lontano dai concetti cristallini spiegati in classe. Dopo, nel mondo del lavoro, quando aveva sostenuto un paio di colluqui presso case editrici, i direttori editoriali, dopo una chiacchierata sulle sue aspirazioni, le avevano offerto tutti un impiego stabile corredato da lauti compensi. Così la mamma aveva avuto l'imbarazzo della scelta.
Ora mentre mi fissava, la sua avvenenza aveva lo stesso effetto su di me. Quindi non risposi subito, e quando lo feci mugugnai un "Uh?" a mezza voce.
"Che ci fai in camera mia? Non mi piace questa violazione della mia privacy."
A mamma non potevo dire che ero entrato nella sua stanza in cerca di un paio di collant. Mi avrebbe squadrato dalla testa ai piedi, poi sarebbe scoppiata in una fragorosa risata. Mi avrebbe chiesto se fossi gay e sognassi di diventare donna. Poi a me sarebbe toccato spiegarle che a scuola c'era stato un incidente. Negli spogliatoi della palestra, che ragazzi e ragazze condividevano a causa delle scarse finanze per cui non ci si poteva concedere il lusso di due stanze separate, avevo sbadatamente urtato una compagna nell'atto di infilarsi il suo paio di collant. Se li era strappati all'altezza dell'orlo. Io subito, all'apice dell'imbarazzo, le avevo promesso che gliene avrei regalato un paio nuovi.
"Niente, mà. Volevo vedere quanto sei bella!" Mi avvicinai a grandi falcate, le schioccai un bacio sulla guancia e mi dileguai. 

domenica 10 gennaio 2016

Jane The Virgin, la serie per vergini di serie


Quella tv che disquisisce sul nulla, che vomita visioni sbiadite di vite vacue, che affresca racconti opachi, senza il brillio dell'amore narrativo che fiorisce nell'inconscio dell'autore capace.
E' la tv che ha elargito "Jane The Virgin", nuova serie di punta della rete americana CW.
Perno della matassa narrativa è la gravidanza di Jane, 23enne dalla pancia debordante e una costellazione di nei a torreggiarle sul viso. Fresca di università, da poco affacciatasi al bigio mondo del lavoro, è vittima di un errore medico. Viene inseminata artificialmente, al posto della moglie del tizio cui appertengono i campioni di seme.
A cingerla è un microcosmo di figuri erranti che ciacolano di vite depauperate d'amore affannandosi a fare breccia nel cuore del pubblico. C'è la mamma apprensiva che si issa su tacchi vertiginosi e anela a un posto nel mondo dello spettacolo. C'è la nonna che si esprime solo in spagnolo appigliata ai dettami del credo cattolico dai quali non si discosta mai e che hanno sempre illuminato la sua esistenza sin da piccola. C'è il fidanzato dal viso affilato e il labbro tumido e sporgente che instilla quella parvenza di giallo che conferisce il sapore dell'eterogeneità a un racconto abbastanza insipido. E, infine, tanto per rimpinguare la linea rosa che scorre e superbamente fiancheggia le altre storyline, c'è il proprietario dell'hotel per il quale la nostra Jane offre i suoi servigi e che è inoltre il padre del bimbo che porta in grembo. L'uomo del quale si invaghisce e per cui abbandona il fidanzato.
"Jane The Virgin" è la trasposizione di una telenovela spagnola che in patria ha macinato ragguardevoli indici d'ascolto. Senza troppe stille di sudore, l'autrice, Jannie Snyder Urman, ha sondato il materiale narrativo originale e, filtrandolo attraverso la propria conoscenza della cultura cinematografica a stelle e strisce, ha estrapolato il nerbo narrativo vestendolo dei lucori della serialità trash, marchio di fabbrica della rete CW.
Col piglio professionale della scrittrice navigata, ha tessuto fila narrative che si intrecciano nei nodi di  un umorismo pacato e impercettibile che si spande nello stolido, angusto riquadro del televisore solo a fuggevoli sprazzi, per fugare una tensione narrativa che si respira solo negli apici scenici, a chiusura dell'atto.
"Jane The Virgin" è un racconto dall'incedere rapido che solo la tv pubblica, affamata di sincopate astrattezze narrative, può concedersi. Alle prese coi drammi che sporcano il vivere cotidie, al massimo la protagonista strappa una smorfia scalena al telespettatore sulla via del rilassamento, quello che stremato, al culmine di una giornata campale, si affloscia inerme sulla poltrona, desideroso di leggerezze narrative che non offuschino ulteriormente una concentrazione fiaccata. Una serie per chi è vergine di grandi serie.


martedì 1 dicembre 2015

Fuori dal locale


Marco picchia una mano sul tavolo. Magda, sua moglie, lo guarda in tralice, poi distende il braccio sul tavolo.
"Perché ti comporti così? Sembri un ragazzino."
Marco borbotta qualcosa di incomprensibile fra sé e sé. Da quando sono entrati nel locale non ha fatto che spargere lagnanze sulla pessima qualità del servizio. Una cameriera bionda e minuta ha avuto persino l'ardire di appropinquarsi al tavolo e domandare, con la voce bassa di una scolaretta che tra i lazzi e cachinni di una classe chiede di andare in bagno, se tutto andasse bene.
Marco l'ha liquidata con un gesto della mano e un perentorio: "Ci lasci perdere. Noi non torneremo più qui."
Magda ha cercato di calmarlo. Gli ha stretto una mano e gli ha ripetuto più volte di aspettare la fine del pasto per lamentarsi. Magari una volta tornati in auto quando, a stomaco pieno, si sarebbero avviati verso casa.
Ma Marco è furioso. Non sa più cosa sia la placidità.
"Voglio solo andarmene. Ora."
Magda lo fissa coi suoi occhi porcini. Giunge le mani sul tavolo, poi schiude la bocca. Sta formulando mentalmente una frase che possa mettere a tacere il marito. Qualcosa tipo: "Stai calmo e aspetta in silenzio. Quando torneremo a casa ti preparo un bel caffè io, così ti scrolli di dosso la rabbia." Ma capisce che in quel frangente è meglio ammutolire e lasciare che il nervosismo si dissipi da solo.
Distoglie lo sguardo dal marito e scruta bene il locale. Contro la parete di fondo sono addossati una serie di tavoli, tutti occupati da gente azzimata. Una donna si sistema lo scialle sulle spalle, mentre lascia sporgere il labbro inferiore a conferirle un'aria di superiorità. E' come se si sentisse al di sopra di ogni dipendente del locale e volesse darlo a vedere. Magda pensa che non sia una tipa avvezza al lavoro. Dal modo con cui di tanto in tanto getta un'occhiata distratta al marito, seduto al capo opposto della tavola, deduce che è quello, plausibilmente, a sborsare i soldi per i suoi mille capricci.
Magda sposta lo sguardo. Si focalizza su un manipolo di ragazzini che, acciambellati sulle seggiole in fondo a una tavolata di una dozzina di posti, rumoreggia. Un ragazzino dalla folta chioma ramata si stringe contro una ragazzina dall'aria spaurita che immediatamente gli fascia le spalle con il braccino esile.
Magda immagina che i due siano neo-fidanzatini e che siano ancora immersi nelle fasi embrionali di un corteggiamento serrato. Quello che sfocia o in un matrimonio dopo vent'anni, o in una relazione clandestina quando entrambi sarebbero accasati con una moglie e un marito che non amano abbastanza. Ipotesi inverosimile che però in quegli istanti a Magda risulta più che possibile.
Torna a guardare il marito. Ora Marco sorregge con dita tremule forchetta e coltello. Sembra intento a tagliuzzare la fettina di pollo che la cameriera bionda, avvampata per l'imbarazzo del frettoloso scambio di parole di poco prima, ha deposto sotto il suo naso.
Magda lo degna appena di uno sguardo. Sa che se lo contempla troppo a lungo, quello inarca un sopracciglio e le vomita addosso un predicozzo.
Marco solleva gli occhi dalla sua carne e china il capo di lato con un'espressione meditabonda in viso.
"Credo che questa fettina sia un po' troppo cruda per i tuoi gusti."
"Per te è tutto un po' crudo." Un commento velatamente al vetriolo che si è lasciata sfuggire senza rimuginarci più di tanto. Le è scappato di bocca come quei saluti repentini che lancia al consorte in procinto di uscire fuori di casa per lavoro.
"Okay, scusa. Ma possiamo tornarcene a casa?"
Magda sospira e scostando indietro la sedia, che produce un sibilo acuto che attira l'attenzione di tutti gli avventori, rivolge al marito uno sguardo denso di commiserazione.
"Va bene, andiamo."
Quando entrambi, dopo aver lasciato una banconota da venti euro sotto il bicchiere, varcano la soglia del ristorante, inghiottiti dal freddo invernale, sia la primadonna che il gruppetto di ragazzini applaudono festanti.

giovedì 14 maggio 2015

Un bacio a nonnò


La barista gli piazzò una tazzina fumigante sotto il naso. Lui quasi non se ne accorse, assorto nelle sue meditazioni. Stava immaginando come sarebbe stato trascorre i mesi successivi in ospedale, rinunciando al caffè mattutino e alla visione estatica della barista che lo accoglieva, appena varcato l'uscio, con un sorriso allargato.
Sarebbe stato uno strazio. Appena ridestato in quel giaciglio sozzo - chissà quanti vegliardi come lui vi fossero marciti prima di assegnarglielo - si sarebbe umettato le labbra, pregustando l'aroma di caffè che non avrebbe assaporato. Con occhi gonfi di pianto, si sarebbe girato supplicante verso l'infermiera affinché si impietosisse e si sfilasse la camicetta per tamponargli le labbra col capezzolo inturgidito. Uno scenario che si dispiegava nelle sue fantasticherie notturne da quando gli avevano diagnosticato la malattia e che sapeva non si sarebbe concretizzato. Ma a un palpito di speranza, alla soglia della morte, doveva pur restare appigliato. Se non voleva precipitare in un baratro di angoscia e sconforto, dal quale neppure le frivole ciance del compagno di stanza avrebbero potuto tirarlo via.
"Che hai, nonno?" Il sorriso della barista si era intensificato. Si calcò il berretto d'ordinanza fin sulle orecchie, mentre la mano destra trafficava fra le stoviglie, separando quelle sporche da quelle pulite che avrebbe impiegato per i clienti affluiti nella prossima ora.
Che carina. Lo chiamava sempre nonno. Una volta, mentre claudicante si era diretto a una sedia, i passi scanditi dai grugniti dell'affaticamento, la ragazzina pizzicando il bloc-notes per le ordinazioni e incuneandosi una penna dietro l'orecchio l'aveva contemplato con attenzione, quasi non avesse mai visto un vecchio prima di allora.
Lui era impallidito, convinto che un grumo di muco gli torreggiasse sulla punta del naso, sbadato com'era quando c'era da provvedere all'igiene. Mentre le mani si erano arrampicate sul volto striato di rughe, le guance della ragazzina erano esplose in un risolino divertito. Lui aveva preso a perlustrarti con maggior foga, ma quando una domanda sussurrata, "Ma che fa?", si era aperta un varco fra i banchi di cerume che ingorgavano le orecchie, tracimando in quella porzione corrosa delle cervella deputata alla decrittazione degli stimoli esterni, allora aveva riposto le mani lungo i fianchi scarnificati.
"N... niente", aveva biascicato, un velo di imbarazzo che gli aveva ammantato il volto rugoso.
La barista aveva afferrato una sedia e, tirandola indietro, aveva spiccato un balzo perché vi piombasse assisa. Il nonnino aveva ammirato stupefatto, pensando gli stesse di fronte un'acrobata mancata che avesse obliato i sogni di gloria per un pur risibile gruzzoletto.
"Sa - aveva esclamato lei, gli occhi socchiusi in un'espressione cogitabonda - Lei mi ricorda molto mio nonno."
Lui aveva annuito. Era una considerazione che gli veniva spesso rivolta. Lui era simile al nonno del farmacista. Lui aveva le medesime fattezze del papà del papà della parrucchiera che esercitava vicino casa. Lui era uguale a tanti nonni. O forse era proprio lo stesso nonno. Però era particolarmente lieto che lo fosse per quella giovinastra dai lineamenti cesellati e le protuberanze messe bene in risalto. Un epiteto che gli avrebbe ripetuto quando si fossero ritrovati avvinghiati nel letto matrimoniale che per trent'anni aveva condiviso con la moglie. Gli avrebbe affondato le unghie puntute nelle carni marcescenti e, gridando "Nonninooo!", avrebbe esercitato pressione finché dai solchi non sprizzasse sangue. Poi raccogliendo i fluidi con la lingua avrebbero suggellato la loro amicizia con un bacio carminio.
"Nonnino!" La voce squillante della ragazzina lo aveva trascinato via dalle fantasie che meglio avrebbe coltivato nottetempo.
Lui aveva stirato le sporgenze purulenti in un tentativo di sorriso, comunicandole tutto il gaudio per il soprannome, che aveva immaginato non si sarebbe più scrollato di dosso. Almeno finché avesse trovato la forza di trascinarsi al bar, al mattino.
Finalmente alzò gli occhi dalla tazzina. "Mi hanno trovato un cancro. A breve vengo ricoverato per la chemio."
"Oddio, mi dispiace. Io non sap..." Il nonno troncò la risposta con la sua bocca. Stampigliata su quella rosea e vellutata di lei, gli sguardi inebetiti dei presenti che guizzavano dall'uno all'altra. Un ragazzino occhieggiava agli angoli dei muri pensando vi fossero installate le apparecchiature di Candid-Camera.
"Nun te dispiacé più. Quello che volevo l'ho avuto.", sentenziò in un latrato brioso, mentre avanzava verso l'uscita.

venerdì 1 maggio 2015

Jogging saffico


Laura non se la sentiva più di correre. Aveva il fiato corto. Spalmò la mani sulle ginocchia in attesa che il respiro si assestasse a un ritmo regolare. Quando considerò di aver racimolato abbastanza energie per spingersi e buttarsi sulla panca di legno lì vicina, mosse piccoli passi felpati.
Luana, che si accorse di non essere più seguita dall'amica, si voltò. Un sorriso le si allargò sul viso livido e madido di sudore. "Lo sapevo che non avresti resistito!", esultò, gli occhi che brillarono trionfanti neanche si fosse laureata campionessa mondiale.
Laura, che alle sconfitte non era avvezza, neppure a quelle marginali e risibili incistate nella quotidianità, digrignò i denti. Un repentino cambio di espressione evidenziato da rughe che dai lati della bocca culminavano sotto le palpebre, risaltando un neo rosso carminio. La testolina, già provata dal caldo e dalla fatica dell'esercizio, provò a elaborare una risposta al vetriolo con cui folgorarla. L'importante era che la infarcisse di insulti velati in modo tale che se li avesse colti a fondo avrebbe potuto spiegare che non intendeva esattamente quello. Uno "stronzetta" condito da un sorrisetto a fior di labbra? Una "puttanella" gridato con ferocia subito seguito da un mitigante risolino?
"Ti ci vuole proprio tanto per riprenderti, eh?", la punzecchiò l'amica, il sorriso sfarfallante di trionfo che si intensificò. Laura, che si era finta impegnata a saggiare la resistenza delle stringhe delle scarpe, annodate in tutta fretta prima di turbinare alla volta del parco, alzò occhietti innocenti. Ammirò l'amica che a pochi passi da lei, col sole che le carezzava gli avambracci imperlati di sudore, già sanciva la vittoria agognata da piccola, quando contendendosi il bel ragazzetto o volendo imporre a tutti i costi il proprio gioco alla cerchia di amici desiderava surclassarla.
Con quell'aria da cagna bastonata sperava di suscitarne la compassione, risparmiandosi i commenti giubilanti. E invece quella rincarava la dose.
Laura subito risorse. Mulinò le braccia, schiaffeggiando le zanzare che, calamitate dalle vene pulsanti, le svolazzavano attorno.
Più che a esercizi di stretching di chi riprende la marcia, un passante avrebbe pensato a un questuante che, senza aver raggranellato neppure un centesimo all'imbrunire, scalpita nel tentativo di impietosire i passanti e magari elemosinare vitto e alloggio.
"Uh, guarda, che bonazzo!" La testa di Luana compì una rotazione di quarantacinque gradi, abbracciando, nel campo visivo offuscato da una pellicola di sudore, il terreno incolto che cingeva il parchetto. Un ragazzo sui trent'anni sopraggiungeva a torso nudo dalla curva che conduceva alla via principale.
"Ammazza, da uno così, mi farei caricare sullo scivolo dei bimbi e montare a cielo aperto con tutti che ci guardano e io che muggisco come una scrofa!"
Laura, che pure si era abbandonata alla visione estatica, si illuminò, accesa da un lampo di saccenteria. "Le scrofe non muggiscono. Semmai le mucche!"
Alla faccia dell'amica, uno spettacolo di linee morbide, dove occhi, bocca e naso erano governati dalle leggi dell'armonia, si sovrappose la maschera della primadonna oltraggiata. Una mano, umida, scavalcò il seno prominente per posteggiarsi a lato del collo. "Mi stai dando della mucca? Che stronza che sei!"
"Noooo!", si affrettò a sedarla Laura, gli occhi strizzati fuori delle orbite da un misto di ilarità e scherno. Le dita, contorcendosi nel refolo di vento a enfatizzarne l'esclamazione, disegnarono reticoli d'ombre sulla lingua d'asfalto che, fungendo da sentiero - per quanto malmesso, coi ciuffi d'erba che spuntavano nel mezzo - tagliava in due il parco.
Proprio quando Laura pensò che l'equivoco si fosse dissipato - ora che non si adagiava su doppisensi - una mano le ruotò precipitosamente la testa. Il quadretto bucolico dai colori sgargianti - col ragazzone sullo sfondo - le si annerì ai bordi, facendole paventare un brusco calo della vista.
Laura si massaggiò il viso indolenzito, il dolore che riverberava fin dietro l'occhio destro.
"Lo sai che non mi piace quando guardi tu gli uomini!"
Sulle prime, pensò che fosse l'ennesimo round dell'imperitura gara che disputavano da piccine. Poi il velo di voluttà che ottenebrò lo sguardo a Luana, le suggerì che alludeva ad altro. Qualcosa di più profondo, più intimo, connesso a un segreto tutto loro. Pure questo radicato nell'infanzia.
Con un sorrisetto a mezza bocca, Luana le bisbigliò: "Tu devi pensare solo alla mia patatina!"

sabato 28 marzo 2015

Nonnina a passeggio


L'anziana si guarda attorno. Strabuzza gli occhi. Non riesce a capacitarsi di essere piombata a terra. Qualche istante prima era appoggiata al bastone, ora ha le gambe divaricate sulla piazzola di cemento dirimpetto al grumo di case in centro. Curva le labbra nel tentativo di scandire un richiamo di soccorso. Poi stringe gli occhietti e di nuovo perlustra la zona. Si rende conto di essere sola. Nessuno ha assistito alla sua caduta. Non un'anima pia che le si scagli addosso a prestarle aiuto. Sola. Come sempre. Come da quando il marito, stanco di confezionare la menzogna per mascherare l'adulterio, ha deciso di abbandonarla.
La nonnina stringe il pugno. Sembra voglia aggrapparsi all'aria, ma pure questa se ne infischia di lei, soffiandole una folata beffarda sulla distesa di rughe. La nonnina tira su col naso. Giudica che non è il momento di un pianto dirotto. Se prendesse a frignare, dissolverebbe il pugno di energie che ancora le resiste nelle membra e poi sì che avrebbe perso ogni sostegno.
Pialla i palmi sul cemento. Li inturgidisce abbozzando il tentativo di issarsi. Arcata dentale superiore e inferiore stringono un'alleanza suggellata da un rantolo cupo. Ma ogni sforzo è vano. Rassegnata, l'anziana scioglie le parvenze di muscoli delle braccia.
Fruga ancora nella viuzza cingente la piazzola, lo sguardo carico di interrogativi per l'assenza dei compaesani. Diamine, si chiede, possibile che nell'arco degli ultimi dieci minuti, neppure un fanciulletto reduce dalla giornata scolastica non capiti da quelle parti? Forse che si tenga un evento cittadino dalla parte opposta della città e tutti siano confluiti lì, relegando gli altri quartieri nell'oblio di una giornata festosa?
La vecchia non si sente di scartare quell'ipotesi. L'estate addietro fu per puro caso che venne a conoscenza del concerto di Maria Nazionale che avrebbe avuto luogo in Piazza Menotti. Lo scoprì tendendo l'orecchio alle arzille pettegole parcheggiate ai margini delle panchine che dopo il divorzio del marito l'avevano esclusa del tutto, perché assurta lei a bersaglio delle malelingue.
Ancora un grugnito. Ancora un pallido sforzo. Ma niente. Neppure le gambe tappezzate di ecchimosi, si sentono di collaborare.
Ora batte il pugno sulla piazzola. Non con l'impeto che la corazzava in gioventù, quando incuteva timore alla pletora di maschietti che, dal loro rifugio, accorrevano nel parco cittadino deputato agli svaghi delle giovinette. Ma con la furia ammortizzata di una vegliarda stanca di appigliarsi al supporto altrui. Che rivendica il suo diritto all'indipendenza. E per questa ragione si inviperisce con il Signore che l'ha depauperata delle energie passate.
Stizzita, si scosta una ciocca di capelli della fronte spaziosa. Medita a fondo. Come quando, inchiodando le chiappe scarne all'asse del cesso, insegue memorie polverose nell'erculeo sforzo di riportarle in superficie. Stavolta le energie psichiche sono tutte votate alla ricerca di una soluzione, perché starsene appollaiata lì, all'addiaccio, non è un'idea che le sorride con letizia. Nell'arco di un minuto, passa in rassegna tutte le situazioni estreme nelle quali è rimasta invischiata. Ripensa all'arrivo dei militari tedeschi mentre con le amiche discorreva amabilmente dei compiti scolastici nel cortile dietro casa e al fare esperto con cui li aveva liquidati indirizzandoli nel centro cittadino, dove si concentrava un gruppo di ebrei dai torbidi interessi. Rammenta il piglio da condottiero adottato quando in una scampagnata vicino Napoli, a quell'età avanzata, aveva dirottato le pettegole al pullman che bofonchiavano di essersi perse.
Soddisfazioni passate che le trasmettono quell'anelito di vita necessario a soverchiare le intemperie odierne.
Ancora un'occhiata nei dintorni. Ancora, nessuna anima che si allarmi per quell'intrico di ossa corrose sul limitare della piazzola. Solo un giornale appallottolato, sospinto dai venti, orbita nel mezzo della carreggiata, a pochi metri da lì.
La nonnina ritiene che non vi è momento più opportuno per mettere in atto il suo trucchetto. Tra indice e pollice tremuli, intrappola un lembo della gonna che ripiega lesta a offrire i mutandoni chiazzati di orina all'aria gelida. Fa scivolare le dita sulla coscia pallida e le introduce nella stoffa a protezione delle pubenda.
Il piacere che la pervade è istantaneo. I volti degli uomini che hanno gremito il suo letto, nel corso degli anni, si alternano in rapida successione nella mente sfinita. I lineamenti puerili di Enzo lù scarpar, fulcro delle fantasie erotiche di mezza cittadina, si disfanno nei tratti duri e spigolosi di Umberto lù barbìr, che ha spezzato i cuori di tutte le rivali che hanno cianciato sul suo matrimonio naufragato.
"Oh, mò mi sento bene!", esulta finalmente in piedi e col bastone di nuovo ad affiancarla.

domenica 1 febbraio 2015

Burp!


“Burp!” Il ciccione si mise le mani sulla bocca. Gli occhi ispezionarono forsennati il vagone. Sulle panche che correvano sotto le vetrate incrostate di sudiciume era accovacciata una variegata fauna umana. Donne dalle guance cascanti e la pelle incartapecorita che pareva disfarsi solo a toccarla, uomini dagli occhi infossati e dallo sguardo assente sul punto di appisolarsi e qualche mamma che si dondolava il bimbo fra le braccia, pregando che non scoppiasse a piangere e che la plebaglia che li attorniava non invocasse il controllore perché li cacciasse.
Nessuno, a quanto pare, si era accorto del suo rutto. Bene. Perfetto. Mario ne aveva collezionate abbastanza, di figuracce, per quel giorno. Recandosi a lavoro, aveva pestato una merda di cane all'ingresso, nonostante gli inviti alla cautela dei colleghi  che lo precedevano. “Perché una volta che ti insudici non vedo proprio come puoi entrare in ufficio.” Gli aveva fatto presente Luana, la più pettegola delle colleghe femmine. Dopo che era stato per cinque minuti buoni ad arrovellarsi, spalmato contro il portone di ingresso, con le mute espressioni interrogative di uomini e donne che gli sfilavano davanti, aveva meditato che non era poi male gironzolare scalzo sul parquet, così lindo e profumato.
Dietro la scrivania, al momento di accogliere la prima cliente del giorno – una donna che aveva fatto del controllo emotivo e della rigidità espressiva gli imperativi di vita – si era rovesciato addosso la tazzina di caffè sul bordo. “Che macello!”, aveva fatto costernato, abbozzando un tentativo di tergere il tutto, mentre quella per tutta risposta si umettava le labbra e mulinava le mani fasciate nei guanti a indicare che sarebbe ripassata più tardi, perché i suoi occhi da nobildonna non erano fatti per assistere a spettacolini così poco edificanti. Classica tipa che non emette flatulenza, non si esibisce in rutti, né tantomeno evacua.
Mario riassestò i pugni sull’imbottitura della poltroncina. Il tonfo sordo che produsse ora catalizzò qualche sguardo. Quello di una bambina, con le gambe ripiegate sotto di sé, accovacciata sulla panca dirimpetto, accanto a un papà tutto preso dalla navigazione online sul suo I-Phone.
“Io ti ho sentito ruttare!”, squittì.
Mario finse di non badarle, la testa che penzolava a destra e sinistra. Perché in fondo stava rivolgendosi a un altro, a quello che aveva emesso quello schiocco liquido che nessuno sembrava aver intercettato. Mica a lui.
Simulò tedio, gli occhi che sfrecciavano lungo il corridoio, come in cerca del controllore.
“Non fare finta di niente”, rincarò la piccola.
A quel punto, l’uomo alzò gli occhi dal cellulare. Consultò la faccetta della figlia, individuando il centro delle sue attenzioni. Quindi guardò Mario, ancora immerso nel goffo tentativo recitativo.
L’uomo si sciolse in un sorriso, una curvatura delle labbra che gli conferì un fascino che sembrava latitare mentre saltellava da una pagina web all’altra, a colpi di pollice. “La scusi, ha una fervida immaginazione, mia figlia.”
“Oh, ma non sta dicendo bugie. Io ho davvero ruttato.” Accortosi della verità appena defluitagli di bocca, si tamponò di nuovo le labbra. Mannaggia a lui. Sapeva mentire solo ai bambini, mai una volta che gli riuscisse di rifilare una cazzata a un adulto.
Era proprio il poppante di cui si lagnava la mamma, nei pranzi domenicali durante i quali frignava per l’assenza del piatto preferito, le tagliatelle con la panna Chef. Un bambino che faceva incetta di figure di merda e che con i grandi non sapeva tacere quando c’era da dissimulare scomode verità che imporporavano le guance dei colori della vergogna.
L’uomo lo studiò, gli occhi strizzati, come aspettandosi una risata e la chiosa di una simpatica battuta per ammirargli la stupefazione in faccia. Ma la risata non arrivò, le mani restarono spremute in viso e gli occhi tradirono profonda vergogna.
“Cioè, dice sul serio? E come le viene in mente di ruttare in treno, nella carrozza piena, e perdipiù davanti a una bambina? Lei è un incivile!” tuonò l’uomo.
L’invettiva destò la curiosità generale, tanto che gli sguardi atterriti per la giornata lavorativa si volsero a loro. Sguardi di chi non vede l’ora di sfilarsi gli indumenti, sgusciare in un pigiama, godere davanti alla tv della trasmissione preferita, e viene graziato da un’anteprima dai toni trash.
Mario sporse le labbra all’infuori, mugugnò flebilmente, tanto che il papà dovette chinare il capo. Fu allora che una forza d’animo gli detonò dentro incendiandogli il viso diafano. “Ho detto ‘vaffanculo’. Tu non sei mia mamma che mi può parlare così!” Lo sforzo nell’esprimersi gli costò qualche spruzzo di saliva che si irraggiò sui visi di papà e figlia. Il signore accanto, con la testa celata dietro il quotidiano, era stato risparmiato. Era così assorto nella lettura, da fargli pensare – a Mario – che in realtà fosse una copertura per non immischiarsi. Assorbiti troppi alterchi alla sua età, anelava solo a un po’ di quiete.
“Come dice, scusi? Ha detto ‘Vaffanculo’? Di fronte alla mia piccola???” Ora l’uomo si puntava l’indice addosso, all’altezza del petto, come se – inginocchiato davanti al boia - avesse i lineamenti accartocciati per l’umiliazione dell’esecuzione pubblica e allo stesso tempo indicasse il punto dove incidere le carni.
Mario, che aveva una pellicola di sudore sulla fronte che minacciava di sfaldarsi in una costellazione di goccioline che avrebbe reso a tutti manifesto l’imbarazzo per la piega inaspettata che stavano assumendo gli eventi, si vide costretto a portare avanti la sceneggiata, incastonato in un ruolo di cui avrebbe voluto spogliarsi per riparare fra i seni della mamma. Annuì.
Il pugno che gli piovve sul naso – talmente lesto che la vista provata dalla giornata non fece in tempo ad annotare – spezzò un osso. Non sapeva identificare con certezza quale. Solo, sapeva che qualcosa era andato frantumandosi.
“Che succede qui?” Un urlo possente riecheggiò per tutta la cabina. Mario non si era accorto del controllore che, attirato dalle avvisaglie di tafferugli o forse seguendo la direzione verso cui puntavano gli sguardi, si era portato loro accanto.
I due lo contemplarono, sbigottiti. Un profondo solco che denotava rabbia mista a frustrazione gli separava le sopracciglia. L’uomo aveva le mani sui fianchi, il pollice che lambiva l’orlo delle tasche da cui faceva capolino una ricetrasmettente con cui comunicava con le forze di polizia.
“Qualche problema?”
All’unisono, scossero le teste in segno negativo.
“Perché mi è parso di sentire litigare…”, incalzò il tizio, lo spirito pugnace che piano piano saliva in superficie.
Ancora energiche scrollate di capo, che finalmente sortirono l’effetto sperato. I dubbi si erano rintuzzati, pur con una punta di sospetto a baluginare negli occhi.
“E come te la sei fatta la ferita?”
Mario non si era accorto dei rigagnoli vermigli che zigzagavano dal naso fino alle guance. Guardando smarrito prima l’aggressore poi il controllore, e ancora controllore e poi aggressore, strinse le labbra e vomitò una spiegazione senza che passasse attraverso il filtro della logica. “Eh, ogni tanto mi capita. Alzo la mano e involontariamente mi do un colpo. Il signore, anzi, spaventato mi dava una mano…”
Un’argomentazione che aveva il sapore della fifa blu di un cicciottello vessato dai bulli di cui il controllore si accontentò. “E va bene.”, girò sui tacchi senza soggiungere altro.
Quando il papà mosse le labbra senza produrre un suono, Mario pensò gli indirizzasse un tacito ringraziamento, ma la parola che gli lesse sulle labbra, lo sprofondò proprio nell’amarezza dello scolaretto che evitando di rivolgersi alla maestra sperava di guadagnarsi rispetto e simpatia dei bulli. Per poi realizzare quanto gli sforzi fossero vani.
“I-n-c-i-v-i-l-e.”