domenica 17 settembre 2017

"Triple Standard", la tripla faccia di chi non è se stesso


Cosa significa essere uomini? Picchiarsi il pugno sulla spalla e fare la voce grossa? Avere un fisico statuario da sfoggiare davanti agli altri per fare a gara a chi ha la muscolatura più massiccia? Purtroppo tanti la vedono ancora così. C'è ancora una fetta consistente dello Stivale - del mondo - che non riesce proprio a concepire l'avere un cazzo tra le gambe e il fare attività così "poco da maschio". Se investi più cura del necessario nel vestire, bè, allora l'epiteto 'frocetto' te lo devi beccare e ti devi stare pure zitto. Se invece il calcio non ti piace, allora sei proprio "ricchione", un clown scappato dal circo che merita tutte le risate che gli si butta davanti, intorno e dietro (ma non nel culo perché poi gli piacerebbe).
Naturale, quindi, che in un contesto dove l'omofobia contamina l'aria che si respira, chi è attratto da un altro ragazzo non possa percepirsi come gay. Fa sesso, si infila nel suo deretano o forse è lui il deretano che viene infilato, per sfizio, per gioco, per divertimento. Mica per amore. Non può esserci amore con un altro uomo. Escluso.
"Triple Standard", il cortometraggio del 2010 firmato da William Branden Blinn, racconta tutto questo. Un segreto che vive fra le lenzuola e che muore oltre la soglia della camera da letto. D e Crim sono conviventi. Il primo è perdutamente innamorato dell'altro, il secondo pure ma ha vergogna ad ammetterlo perché sarebbe una "cosa da gay". Questa pesante disparità, questa duplice percezione della vita di coppia omosex  che ha funzionato per tre anni a un certo punto non può più reggersi sul sordido compromesso giocato da cazzo e cuore. E' arrivato il momento, con la pazienza asciugata, di ammettere, per il bene dell'uno e per il bene dell'altro, di essere gay e innamorati. E' il momento di tirar fuori la prima faccia (il titolo è un'allusione alle tante facce - tre - che esibiamo in giro) e mostrare solo quella. Ma Crim ci riuscirà?
Il cortometraggio di Blinn - il cui materiale delicato, maneggiato con maestria, avrebbe potuto benissimo essere diluito in un film - si posa leggero sulla vicenda. Ci va piano. La camera non fotografa, non rapisce e si appropria della scena, ma la accarezza. Proprio come la mano di una mamma che va a rimboccare le coperte. O - più calzante - come la mano di un fidanzato che lancia un tenero invito all'amato. E questa carezza di camera prima ci conduce in una partita di basket fra amici - che non ha l'agilità tesa e galvanizzante delle partite vere dove la mdp a mano si prodiga in un profluvio di close up e mezzi busti, ma che ha invece la lentezza giusta per indugiare e investigare i disegni complessi dei muscoli sui torsi nudi dei protagonisti e i loro amici a lanciare un messaggio preciso, a manifestare la base di carnalità su cui si innesta tutto l'impianto narrativo. Ma alla dolcezza di queste prime riprese introduttive, un po' quasi establishing scene, un po' assaggio di tema, si contrappone la durezza della camera fissa degli spogliatoi che accompagna l'inciting incident, l'evento che rimescola le carte e mette in moto questa mirabolante partita narrativa, a cavallo fra amore e sensualità: un amico scherzoso lecca l'ascella di Crim e lui, come un antifurto incapace di discernere i falsi allarmi da quelli veri, ulula furente le meglio finezze omofobe ("Frocio", "Ricchione"...) che scatenano la rabbia del convivente. La perfetta simmetria della struttura cinematografica affiora in tutto il suo prorompente splendore nel vestirsi leggero e pulito - complice la fotografia che si giostra col tenue, in un delicato incontro fra buio notturno e luci casalinghe - delle sequenze finali, quando la domanda centrale lambisce una risposta.
Bravura tripla, del regista e dei due attori, Lee Amir-Cohen e William Jennings, che non si risparmiano neppure in un'inquadratura. Threesome standard.

lunedì 11 settembre 2017

El Toro (racconto)




L’insegna luminosa con la scritta a caratteri cubitali ‘El Toro’ mi incute un po’ timore. Il toro, ritratto lì accanto, ha un cazzo brillante che passa dal roseo al rosso e sulla sua sommità fioccano gocce di sperma abbaglianti. Non sono mai stato in un locale gay. Questa è la prima volta. Mi guardo attorno, imbarazzato. Ho paura di notare volti familiari. Se qualcuno mi becca come potrei giustificarmi? “Sai, ero da queste parti e avevo sete…” Sì, sete di sborra. Saprebbe subito di me e lo andrebbe a raccontare in giro.
Ma allora perché non me ne torno a casa? Potrei spararmi un bel video porno, magari una cosa a tre con quell’attore figo di cui ho scoperto solo ieri il nome. Mi partirebbe uno spruzzo buono per ridipingere tutta la parete. Ma no. È il momento del grande passo. Stasera. Adesso. Basta indugi. Basta tentennamenti.
Con la mano tremante spingo il battente. Urla disumane e musica techno provano a ricacciarmi indietro. Stringo i pugni e stavolta penetro nel locale con la feroce tenacia di un piedipiatti che si accanisce sulla porta di un delinquente. La faccia mi si distorce in una confusione di linee oblique. È faticoso abituarsi al baccano. A casa avevo tutta la quiete necessaria per cullare le mie fantasie erotiche. Qui sembra di stare in un campo della seconda guerra mondiale, solo che al posto dei militari che sfoderano i fucili, ci sono tanti gay che scalpitano all’idea di spianare i pistolotti. Raggiungo il bancone. Raggiungere non è il termine esatto. Navigo, fluttuo, sorpasso per arrivare ad aggrappare le mani al bordo argentato del bancone. E mi devo subito spostare perché un omone grande e grosso dall’aria poco raccomandabile con un indice perentorio mi indica che lo sgabello accanto è occupato.
“Non sembri un tipo di queste parti.”, mi fa il barista con un canovaccio sulla spalla e una curva sulle labbra che in un secondo può diventare un sorriso lucido di interesse o un’espressione di circostanza, di quelle che si rifilano ai forestieri scialbi e senza fegato. Tutto dipende dalla mia risposta. “Strano, eppure ci vediamo sempre nei tuoi sogni.” Ci vediamo sempre nei tuoi sogni? Ma come cazzo mi è venuto in mente? Adesso lo faccio scappare via. Lo guardo. Invece resta lì. E fa un sorriso aperto, apertissimo.
“Come ti chiami?”
“Francesco.”
“Francesco – si china a prendere una bottiglia di rum e un bicchiere – questo lo offro io.”
Si protende verso di me e accosta le labbra all’orecchio. Più che accostarle ce le struscia. “E se poi ne vuoi ancora ce ne beviamo altro sul retro, io e te, da soli.” Mi strizza un occhio.
Wow, sono appena entrato nel locale e ho già ricevuto la mia prima proposta indecente. Datemi altri dieci minuti e il bar sarà mio. Mentre ingollo il bicchiere di rum, il barista agguanta la bottiglia e si inoltra con incedere lento e sensuale verso la porta dietro il lavello voltandosi di tanto in tanto con lo stesso sorrisino malizioso di una peste che ha escogitato uno scherzo brillante per vedere se lo sto seguendo con lo sguardo. Non appena si tuffa nel nero dietro la porta, mi sistemo la giacca e mi do una sbirciata intorno per controllare se qualcuno ha notato la mia conquista rapida e indolore. Le chiappone hanno abbandonato lo sgabello e hanno portato l’omone in un punto del bar dove le luci si imbizzarriscono e crescono e precipitano di intensità senza un ritmo preciso, roba che se fossi stato al suo posto avrei già vomitato, ma nessuno sembra aver visto niente. Il mio primo colpo da Don Giovanni non ha avuto spettatori.
Mi avvio sul retro prima che il barista ci ripensi e torni al suo posto aspettando che qualcun altro gli faccia battute cretine. Mentre spingo la porta, un odore a metà fra il cavolo stantio e le scoregge di mio nonno mi investe impietoso.
Il barista, che si è già tolto la maglietta, con gli addominali che pulsano al ritmo della sua risata, si appoggia contro una parete. “E’ disgustoso l'odore, vero?”
“Un po’.”
Si porta vicino a me e con la lingua mi traccia un cerchio sulla guancia. “Ma a noi che ci frega? L’importante è divertirsi.”
“Già.”
“Solo – si abbassa i pantaloni mostrandomi una protuberanza flaccida tenuta insieme coi punti – io ero donna e ho fatto l’operazione da poco. Avrei dovuto dirtelo prima, vero?”, mi fa, mentre glielo accarezzo, insicuro.
“Bè, direi…” Faccio ancora in tempo a tornare a casa. Meglio un cazzo finto tenuto in mano o meglio un cazzo finto visto da uno schermo? Intanto che ci penso ho già la bocca sulla sua mascolinità fresca di chirurgia.

martedì 18 luglio 2017

L'odio e l'omosessualità


Sì, sono gay. Oddio, incredibile, che schifo! Bè, se la vostra reazione è stata questa potete fermarvi anche qui, questo post non è per voi. Questo post è per chi vuole arrampicarsi sulle apparenze e vedere cosa c'è dietro. Quali dubbi, quali segreti, quali dolori.
Io ho sempre saputo che mi piacciono i maschietti come me. Da s-e-m-p-r-e. Mai dubbi. Mai tentennamenti. Da piccolo ho provato ad avvicinarmi alle ragazze, ma perché i genitori, i compagni di scuola, le maestre, la tv, i giornali, il cinema dicevano che era cosa buona e giusta. L'amore è tra uomo e donna, come altro dovrebbe essere? Un'unione perversa fra "maschi che vogliono fare le donne" non può essere amore, è una malattia, una barzelletta.
Ma con le "femmine" non s'è mai accesa la scintilla, e m'ero quasi convinto che fosse quella la decantata normalità: non provare nulla, 'manco un bruciore di stomaco, infilarlo con insospettabile regolarità fra le cosce di una pulzella, ingravidarla, sposarla e vivere infelici e scontenti a masticare parole di plastica insapori. Mi ci stavo abituando, a questa "normalità". Poi, però, da pre-adolescente mi sono accorto che l'attrazione per i maschietti cresceva, mi era difficile fingermi disinteressato davanti a un bel viso, meglio se con un velo di barba (brividi!), un bel paio di pettorali e degli addominali scolpiti. Difficile. E nonostante fosse difficile, mi ero costretto a fare finta di nulla, rintuzzando ogni palpito carnale, buttato in quella tana di belve che è l'adolescenza, con capibranco che s'arrogavano il diritto di stabilire chi fosse forte e chi cesso, e se fra i cessi ci fossero sospetti ricchioni da dileggiare e scarnificare con la lama delle contumelie ("Che frocio di merda, quessò qua, mi dà pure fastidio che cammina per i corridoi" *coro di risatine giubilanti*; "I ricchioni sono tutti effeminati, proprio come le femmine, mica sono maschi"; "Ma i gay mica sò uomini"; "I froci andrebbero messi in un bosco nudi con dei cani da caccia che gli corrono appresso" *risatine di accompagnamento*, "Fai schifo, FROCIOOOO", "[Prof di latino che spiega un autore gay] Ragazzi, voi sapete come sono i gay, no? *Agita le mani come mimando le ali di una farfalla* Sono effeminati, eccentrici...", *risate, risate, risate, sempre risate, che ridere due uomini che si baciano ahahahah, che ridere due uomini che copulano ahahahah*...) o fare a pezzi con la forza bruta (conto una decina o poco più di spintoni per le scale, un paio di sputi in faccia, qualche mezza rissa in cui mi sono preso pure io la soddisfazione di scroccare qualche mezzo cazzotto).
All'università pensavo già a una vita nuova ad attendermi. E in parte è stato così, eh. Volevo fare il giornalista perché ero ancora convinto che i giornalisti raccontassero la verità - ma non quella dei dati, dei numeri, delle parole di facciata, ma una verità indagata, approfondita, interrogata, sventrata e ricomposta con fulgide pennellate di parole incisive e dolorose, senza tema di querele. Pensavo che quello sarebbe stato il mio modo di fare coming-out, che il giornalismo fosse l'arma da spianare contro gli stronzi che la mia piccola vita di provincia mi aveva cagato addosso, stanando gli aguzzini degli Andrea bloccati a scuola o in una famiglia che non li capisce. Ed è stata una delusione, per tante ragioni.
Quando il coming out è arrivato davvero, quando l'università era agli sgoccioli e mi sono accorto che la vita pronta ad attendermi non mi attendeva più, se n'era andata senza dirmi niente, come un amico che se ne va senza neppure salutare - bell'amica, questa nuova vita - e che non potevo fare altro che affrontare questo piccolo, grande segreto che non avevo potuto "raccontare" come avrei voluto, è emerso l'odio. L'odio. L'odio profondo, viscerale, atavico, selvaggio, per tutto quello che ero stato costretto ad avere attorno senza poter fiatare. Il calcio, la politica, la tv italiana, un certo tipo di giornalismo, le piccole città di provincia, le frasi fatte, i pregiudizi, le parole vuote, le frasi di circostanza e insincere.
Ma l'odio senza contorni, che si spalma su tutto, toglie la lucidità - mica subito, però, a poco a poco, infidamente - e nella giungla delle sfumature di colpo esistono solo il bianco e il nero. Persone di cui fidarti e persone di cui non poterti fidare. Quest'odio ho finito per indirizzarlo contro chi non se lo meritava, le persone che avevo accanto e contro una giornalista che, sì, aveva commesso qualche sbaglio con me - come io ne avevo commessi con lei - ma che aveva cercato anche di starmi vicino, sostenermi, per quanto possibile, dopo un'alternanza di chiarimenti e offese (mie). L'odio mi ha trascinato in una forma di depressione fatta di allucinazioni, di persone a ogni angolo di strada con un coltello in tasca pronte a pugnalarmi, di uomini sotto la finestra che aspettavano mi addormentassi per introdursi in casa e darmi in pasto alle fiamme nel campo sportivo davanti casa, di conduttori Rai - sì, bastarda infida di ironia - che mi canzonavano alludendo, con la simpatia più becera che li contraddistingue, alla morte cruenta che mi sarebbe toccata di lì a breve.
L'incubo della depressione è finito un anno fa. Ne sono uscito illeso. Oddio, non proprio tutto è uscito illeso. Il più grande cambiamento è stato il mio modo di scrivere. La sicurezza che c'era prima non c'è più, c'è solo un'inguaribile sfiducia nelle parole che metto in fila e che sbuffano scocciate perché a formare quella fila non ci vogliono stare, e a tenerle in riga non son mica più tanto bravo. E questo mi spaventa. La scrittura era la mia amica, la mia alleata, la mia amante (femmina!). Dicono che per ritrovare l'intima complicità in un rapporto incrinato ci voglia del tempo, dedizione, impegno, e io le regalerò tutto il tempo del mondo, con la speranza che basti.
L'odio, invece, è rimasto. Ripensare con lucidità e chiarezza a certi fatti e certe persone che hanno toccato la mia vita, che allora camminava sbilenca sulla brace della vulnerabilità, è ancora difficile, è ancora tutto sospeso fra rabbia e pentimento, dolore e risentimento. Però so che non voglio più consegnare il mio futuro a un rancore totalizzante e annichilente. Ho corsi da frequentare, libri da studiare, romanzi e serie tv da scrivere, sbagli da commettere, figuracce da fare, miglioramenti da conquistare, persone interessanti da conoscere e ragazzi di cui innamorarmi. E nel frattempo ho trovato una nuova alleata: l'onestà. Forse è questa la vera arma con cui combattere.
Il resto, bè, sono pagine bianche ancora tutte da scrivere.

venerdì 22 gennaio 2016

Per un paio di collant


Mi guardai attorno. Il letto era sfatto e sulle coperte ammonticchiate era stata deposta una valigia. Mi avvicinai per vederne il contenuto. Un paio di stivaletti dalle punte smussate e una polo ripiegata alla meno peggio. Mi chiesi perché mia madre stesse facendo i bagagli. Dopotutto, lei e papà erano appena tornati insieme. La loro relazione era stata travagliata, contrassegnata da alti e bassi, ma negli ultimi tempi, punteggiati da uscite in pubblico, al cinema e in qualche sfarzoso ristorante, sembrava che le divergenze si fossero appianate. O almeno così speravamo, io e mia sorella Luana.
Lei, stringendosi il suo peluche - un coniglietto dalle orecchie oblunge che ricordavano più un paio di antenne radiofoniche, quelle piazzate in cima alle auto - mi ripeteva ossessivamente che mamma e papà avrebbero trovato una soluzione, che sorridenti, l'uno fidandosi dell'altra, sarebbero tornati a casa avviluppati in un'aria di letizia e gaudio a loro inedita e che avrebbero dichiarato a gran voce l'intento di ripristinare il clima di festa che vigeva prima, in casa.
Ora le parole di Luana mi risuonavano ovattate in testa, come se giungessero da chissà quale remoto, oscuro antro.
"Armando!"
Mia madre ferma sulla porta della stanza sembrava una regina. Una di quelle con una chioma voluminosa che nei film e nei telefilm stazionano nei pressi di un trono a legiferare e ad emettere ordini perentori. Per quell'aspetto e quell'aria signorile, ci aveva sempre spiegato papà, vicino al fuoco crepitante nel caminetto, come sempre quando si addentrava negli aneddoti di famiglia, la mamma si era ritrovata la strada del successo spianata. I professori all'università si erano lasciati ammaliare dal suo fascino e mentre quella balbettava qualche risposta ai loro quesiti, loro annuivano anche se quanto spiegava era quanto di più lontano dai concetti cristallini spiegati in classe. Dopo, nel mondo del lavoro, quando aveva sostenuto un paio di colluqui presso case editrici, i direttori editoriali, dopo una chiacchierata sulle sue aspirazioni, le avevano offerto tutti un impiego stabile corredato da lauti compensi. Così la mamma aveva avuto l'imbarazzo della scelta.
Ora mentre mi fissava, la sua avvenenza aveva lo stesso effetto su di me. Quindi non risposi subito, e quando lo feci mugugnai un "Uh?" a mezza voce.
"Che ci fai in camera mia? Non mi piace questa violazione della mia privacy."
A mamma non potevo dire che ero entrato nella sua stanza in cerca di un paio di collant. Mi avrebbe squadrato dalla testa ai piedi, poi sarebbe scoppiata in una fragorosa risata. Mi avrebbe chiesto se fossi gay e sognassi di diventare donna. Poi a me sarebbe toccato spiegarle che a scuola c'era stato un incidente. Negli spogliatoi della palestra, che ragazzi e ragazze condividevano a causa delle scarse finanze per cui non ci si poteva concedere il lusso di due stanze separate, avevo sbadatamente urtato una compagna nell'atto di infilarsi il suo paio di collant. Se li era strappati all'altezza dell'orlo. Io subito, all'apice dell'imbarazzo, le avevo promesso che gliene avrei regalato un paio nuovi.
"Niente, mà. Volevo vedere quanto sei bella!" Mi avvicinai a grandi falcate, le schioccai un bacio sulla guancia e mi dileguai. 

domenica 10 gennaio 2016

Jane The Virgin, la serie per vergini di serie


Quella tv che disquisisce sul nulla, che vomita visioni sbiadite di vite vacue, che affresca racconti opachi, senza il brillio dell'amore narrativo che fiorisce nell'inconscio dell'autore capace.
E' la tv che ha elargito "Jane The Virgin", nuova serie di punta della rete americana CW.
Perno della matassa narrativa è la gravidanza di Jane, 23enne dalla pancia debordante e una costellazione di nei a torreggiarle sul viso. Fresca di università, da poco affacciatasi al bigio mondo del lavoro, è vittima di un errore medico. Viene inseminata artificialmente, al posto della moglie del tizio cui appertengono i campioni di seme.
A cingerla è un microcosmo di figuri erranti che ciacolano di vite depauperate d'amore affannandosi a fare breccia nel cuore del pubblico. C'è la mamma apprensiva che si issa su tacchi vertiginosi e anela a un posto nel mondo dello spettacolo. C'è la nonna che si esprime solo in spagnolo appigliata ai dettami del credo cattolico dai quali non si discosta mai e che hanno sempre illuminato la sua esistenza sin da piccola. C'è il fidanzato dal viso affilato e il labbro tumido e sporgente che instilla quella parvenza di giallo che conferisce il sapore dell'eterogeneità a un racconto abbastanza insipido. E, infine, tanto per rimpinguare la linea rosa che scorre e superbamente fiancheggia le altre storyline, c'è il proprietario dell'hotel per il quale la nostra Jane offre i suoi servigi e che è inoltre il padre del bimbo che porta in grembo. L'uomo del quale si invaghisce e per cui abbandona il fidanzato.
"Jane The Virgin" è la trasposizione di una telenovela spagnola che in patria ha macinato ragguardevoli indici d'ascolto. Senza troppe stille di sudore, l'autrice, Jannie Snyder Urman, ha sondato il materiale narrativo originale e, filtrandolo attraverso la propria conoscenza della cultura cinematografica a stelle e strisce, ha estrapolato il nerbo narrativo vestendolo dei lucori della serialità trash, marchio di fabbrica della rete CW.
Col piglio professionale della scrittrice navigata, ha tessuto fila narrative che si intrecciano nei nodi di  un umorismo pacato e impercettibile che si spande nello stolido, angusto riquadro del televisore solo a fuggevoli sprazzi, per fugare una tensione narrativa che si respira solo negli apici scenici, a chiusura dell'atto.
"Jane The Virgin" è un racconto dall'incedere rapido che solo la tv pubblica, affamata di sincopate astrattezze narrative, può concedersi. Alle prese coi drammi che sporcano il vivere cotidie, al massimo la protagonista strappa una smorfia scalena al telespettatore sulla via del rilassamento, quello che stremato, al culmine di una giornata campale, si affloscia inerme sulla poltrona, desideroso di leggerezze narrative che non offuschino ulteriormente una concentrazione fiaccata. Una serie per chi è vergine di grandi serie.


martedì 1 dicembre 2015

Fuori dal locale


Marco picchia una mano sul tavolo. Magda, sua moglie, lo guarda in tralice, poi distende il braccio sul tavolo.
"Perché ti comporti così? Sembri un ragazzino."
Marco borbotta qualcosa di incomprensibile fra sé e sé. Da quando sono entrati nel locale non ha fatto che spargere lagnanze sulla pessima qualità del servizio. Una cameriera bionda e minuta ha avuto persino l'ardire di appropinquarsi al tavolo e domandare, con la voce bassa di una scolaretta che tra i lazzi e cachinni di una classe chiede di andare in bagno, se tutto andasse bene.
Marco l'ha liquidata con un gesto della mano e un perentorio: "Ci lasci perdere. Noi non torneremo più qui."
Magda ha cercato di calmarlo. Gli ha stretto una mano e gli ha ripetuto più volte di aspettare la fine del pasto per lamentarsi. Magari una volta tornati in auto quando, a stomaco pieno, si sarebbero avviati verso casa.
Ma Marco è furioso. Non sa più cosa sia la placidità.
"Voglio solo andarmene. Ora."
Magda lo fissa coi suoi occhi porcini. Giunge le mani sul tavolo, poi schiude la bocca. Sta formulando mentalmente una frase che possa mettere a tacere il marito. Qualcosa tipo: "Stai calmo e aspetta in silenzio. Quando torneremo a casa ti preparo un bel caffè io, così ti scrolli di dosso la rabbia." Ma capisce che in quel frangente è meglio ammutolire e lasciare che il nervosismo si dissipi da solo.
Distoglie lo sguardo dal marito e scruta bene il locale. Contro la parete di fondo sono addossati una serie di tavoli, tutti occupati da gente azzimata. Una donna si sistema lo scialle sulle spalle, mentre lascia sporgere il labbro inferiore a conferirle un'aria di superiorità. E' come se si sentisse al di sopra di ogni dipendente del locale e volesse darlo a vedere. Magda pensa che non sia una tipa avvezza al lavoro. Dal modo con cui di tanto in tanto getta un'occhiata distratta al marito, seduto al capo opposto della tavola, deduce che è quello, plausibilmente, a sborsare i soldi per i suoi mille capricci.
Magda sposta lo sguardo. Si focalizza su un manipolo di ragazzini che, acciambellati sulle seggiole in fondo a una tavolata di una dozzina di posti, rumoreggia. Un ragazzino dalla folta chioma ramata si stringe contro una ragazzina dall'aria spaurita che immediatamente gli fascia le spalle con il braccino esile.
Magda immagina che i due siano neo-fidanzatini e che siano ancora immersi nelle fasi embrionali di un corteggiamento serrato. Quello che sfocia o in un matrimonio dopo vent'anni, o in una relazione clandestina quando entrambi sarebbero accasati con una moglie e un marito che non amano abbastanza. Ipotesi inverosimile che però in quegli istanti a Magda risulta più che possibile.
Torna a guardare il marito. Ora Marco sorregge con dita tremule forchetta e coltello. Sembra intento a tagliuzzare la fettina di pollo che la cameriera bionda, avvampata per l'imbarazzo del frettoloso scambio di parole di poco prima, ha deposto sotto il suo naso.
Magda lo degna appena di uno sguardo. Sa che se lo contempla troppo a lungo, quello inarca un sopracciglio e le vomita addosso un predicozzo.
Marco solleva gli occhi dalla sua carne e china il capo di lato con un'espressione meditabonda in viso.
"Credo che questa fettina sia un po' troppo cruda per i tuoi gusti."
"Per te è tutto un po' crudo." Un commento velatamente al vetriolo che si è lasciata sfuggire senza rimuginarci più di tanto. Le è scappato di bocca come quei saluti repentini che lancia al consorte in procinto di uscire fuori di casa per lavoro.
"Okay, scusa. Ma possiamo tornarcene a casa?"
Magda sospira e scostando indietro la sedia, che produce un sibilo acuto che attira l'attenzione di tutti gli avventori, rivolge al marito uno sguardo denso di commiserazione.
"Va bene, andiamo."
Quando entrambi, dopo aver lasciato una banconota da venti euro sotto il bicchiere, varcano la soglia del ristorante, inghiottiti dal freddo invernale, sia la primadonna che il gruppetto di ragazzini applaudono festanti.

giovedì 14 maggio 2015

Un bacio a nonnò


La barista gli piazzò una tazzina fumigante sotto il naso. Lui quasi non se ne accorse, assorto nelle sue meditazioni. Stava immaginando come sarebbe stato trascorre i mesi successivi in ospedale, rinunciando al caffè mattutino e alla visione estatica della barista che lo accoglieva, appena varcato l'uscio, con un sorriso allargato.
Sarebbe stato uno strazio. Appena ridestato in quel giaciglio sozzo - chissà quanti vegliardi come lui vi fossero marciti prima di assegnarglielo - si sarebbe umettato le labbra, pregustando l'aroma di caffè che non avrebbe assaporato. Con occhi gonfi di pianto, si sarebbe girato supplicante verso l'infermiera affinché si impietosisse e si sfilasse la camicetta per tamponargli le labbra col capezzolo inturgidito. Uno scenario che si dispiegava nelle sue fantasticherie notturne da quando gli avevano diagnosticato la malattia e che sapeva non si sarebbe concretizzato. Ma a un palpito di speranza, alla soglia della morte, doveva pur restare appigliato. Se non voleva precipitare in un baratro di angoscia e sconforto, dal quale neppure le frivole ciance del compagno di stanza avrebbero potuto tirarlo via.
"Che hai, nonno?" Il sorriso della barista si era intensificato. Si calcò il berretto d'ordinanza fin sulle orecchie, mentre la mano destra trafficava fra le stoviglie, separando quelle sporche da quelle pulite che avrebbe impiegato per i clienti affluiti nella prossima ora.
Che carina. Lo chiamava sempre nonno. Una volta, mentre claudicante si era diretto a una sedia, i passi scanditi dai grugniti dell'affaticamento, la ragazzina pizzicando il bloc-notes per le ordinazioni e incuneandosi una penna dietro l'orecchio l'aveva contemplato con attenzione, quasi non avesse mai visto un vecchio prima di allora.
Lui era impallidito, convinto che un grumo di muco gli torreggiasse sulla punta del naso, sbadato com'era quando c'era da provvedere all'igiene. Mentre le mani si erano arrampicate sul volto striato di rughe, le guance della ragazzina erano esplose in un risolino divertito. Lui aveva preso a perlustrarti con maggior foga, ma quando una domanda sussurrata, "Ma che fa?", si era aperta un varco fra i banchi di cerume che ingorgavano le orecchie, tracimando in quella porzione corrosa delle cervella deputata alla decrittazione degli stimoli esterni, allora aveva riposto le mani lungo i fianchi scarnificati.
"N... niente", aveva biascicato, un velo di imbarazzo che gli aveva ammantato il volto rugoso.
La barista aveva afferrato una sedia e, tirandola indietro, aveva spiccato un balzo perché vi piombasse assisa. Il nonnino aveva ammirato stupefatto, pensando gli stesse di fronte un'acrobata mancata che avesse obliato i sogni di gloria per un pur risibile gruzzoletto.
"Sa - aveva esclamato lei, gli occhi socchiusi in un'espressione cogitabonda - Lei mi ricorda molto mio nonno."
Lui aveva annuito. Era una considerazione che gli veniva spesso rivolta. Lui era simile al nonno del farmacista. Lui aveva le medesime fattezze del papà del papà della parrucchiera che esercitava vicino casa. Lui era uguale a tanti nonni. O forse era proprio lo stesso nonno. Però era particolarmente lieto che lo fosse per quella giovinastra dai lineamenti cesellati e le protuberanze messe bene in risalto. Un epiteto che gli avrebbe ripetuto quando si fossero ritrovati avvinghiati nel letto matrimoniale che per trent'anni aveva condiviso con la moglie. Gli avrebbe affondato le unghie puntute nelle carni marcescenti e, gridando "Nonninooo!", avrebbe esercitato pressione finché dai solchi non sprizzasse sangue. Poi raccogliendo i fluidi con la lingua avrebbero suggellato la loro amicizia con un bacio carminio.
"Nonnino!" La voce squillante della ragazzina lo aveva trascinato via dalle fantasie che meglio avrebbe coltivato nottetempo.
Lui aveva stirato le sporgenze purulenti in un tentativo di sorriso, comunicandole tutto il gaudio per il soprannome, che aveva immaginato non si sarebbe più scrollato di dosso. Almeno finché avesse trovato la forza di trascinarsi al bar, al mattino.
Finalmente alzò gli occhi dalla tazzina. "Mi hanno trovato un cancro. A breve vengo ricoverato per la chemio."
"Oddio, mi dispiace. Io non sap..." Il nonno troncò la risposta con la sua bocca. Stampigliata su quella rosea e vellutata di lei, gli sguardi inebetiti dei presenti che guizzavano dall'uno all'altra. Un ragazzino occhieggiava agli angoli dei muri pensando vi fossero installate le apparecchiature di Candid-Camera.
"Nun te dispiacé più. Quello che volevo l'ho avuto.", sentenziò in un latrato brioso, mentre avanzava verso l'uscita.