giovedì 21 dicembre 2017

Amicoless (racconto)






Non ho mai avuto un amico. Un amico vero. Uno che alla fine di una lezione mi si accucciasse accanto per sapere come stavo, che combinavo. Che mi stringesse una spalla quando attraversavo un momento di sconforto e mi soffiasse nell’orecchio una parola incoraggiante. Che mi accompagnasse a una festa giusto per non farmi presentare da solo e morire d’imbarazzo. No, un amico così, proprio così, non l’ho mai avuto. I figuri loschi e puzzolenti che mi si sono avvicendati al fianco durante gli anni scolastici avevano solo una o due di queste peculiarità. Mai un pacchetto completo, bello da scartare.
Crescendo, avvicinandomi sempre più al confine fra adolescenza e maturità, ho coltivato la speranza che un briciolo d’uomo scalcinato in linea coi miei interessi e i miei turbamenti d’animo l’avrei trovato. Ho messo da parte persino la timidezza, quando l’occasione fremeva di possibilità. Mi sono sforzato di essere, nello spazio di una serata di festa, il tipo estroverso e ciarliero che non sono. Mi sono avventurato fra intrecci di corpi in improvvisate piste da ballo col passo sciolto e navigato di chi certe sinfonie festaiole le ha percorse e ripercorse. Ho salutato gente che non conoscevo venendo ricambiato solo per l’allegria che sprizzavo. Ma a luci spente, a ballo finito, a stomaco ribaltato, mi sono accorto che niente era davvero cambiato. Gli altri erano sempre gli altri, compatti, uniti. E io ero sempre io, un cane solo e sfigato.
Devono essere stati quelli i momenti in cui ho realizzato che le amicizie non vanno forzate, devono scivolare lungo il loro naturale iter di saldamento senza spingere troppo il dialogo e senza distorcere un grammo della propria personalità per facilitare l’incastro. Le amicizie nascono sull’equilibrio. Un equilibrio che dipende solo in parte dal nostro controllo, il più se lo gioca l’alchimia delle nostre percezioni e dei nostri vissuti che ci restano appesi addosso come fantasmi.
È stato tosto far arrivare il pensiero a una profondità che non aveva mai toccato, ma la spinta congiunta di tutte le delusioni mi ci ha costretto. E oltre a farmi sentire più vecchio e più saggio, m’ha tolto di dosso un’ansia che neanche mi ero accorto di avere. Mi stringeva la gola, mi si sedeva sul petto, mi bagnava gli occhi, e neanche sapevo cosa fosse.
Oggi che la mia vita è più tranquilla, che non ho interesse a imbellettarmi l’esistenza con racconti fatati in bilico fra erotismo e bagordi notturni per aggiungerle una tacca di charme, che sono seguace del culto dell’egocentrismo immolando ogni forma di perbenismo, ecco che qualche incravattato collega fresco di assunzione prova a ingraziarmi con estemporanee offerte di bevute. Io oppongo il mio ‘no’, duro e serrato, e non mi preoccupo ‘manco di appiccicarci una motivazione. È ‘no’, caro, prendilo, ingoialo e portalo a casa.
Che senso ha stringere amicizia adesso, alla soglia dei quarant’anni, quando un modus vivendi è già tracciato e ogni deviazione sa di rischio inutile e puerile? Preferisco la fortezza della mia solitudine, il riparo più leale che ho.
Mattia entra nel mio ufficio, si siede senza che l’abbia invitato, incrocia le gambe e inizia a farfugliare di un caso difficile che l’ha tenuto impegnato per parecchi mesi. Non sto neanche a sentirlo. Lo lascio portare a termine lo sfogo, e quando indurisce la linea orizzontale delle labbra, con le estremità delle sopracciglia che cascano nel corrucciamento, lo delizio col consiglio preconfezionato che rivolgo praticamente a tutti, sia che si appellino per mutande accidentalmente inzuppate di piscio in bagno che per una controparte forte e arguta che tira fuori un asso nella manica una parola sì e l’altra pure: “Fa’ quello che ti senti.” Ovviamente se applicato al piscio, molte lo interpretano come libertà di girare per lo studio senza più mutande, il che male non è, ma quando di mezzo c’è il lavoro, scatta subito il gonfiore di petto che è tre quarti ritrovata ispirazione e un quarto orgoglio spruzzato di egocentrismo. Ah, pure un pizzico di cattiva digestione.
Mattia però rimane fermo e immobile, per nulla soddisfatto. Mò sono io ad accigliarmi. Com’è che la mia massima non attecchisce più? Devo fare la fatica di trovarne una nuova?
“Ma come posso fare quello che sento, se quello che sento spingerebbe un ragazzino lontano dai suoi genitori e dai suoi amici?”
Amici. Lontano dai suoi amici. Sto per esplodere in una risata ma mi trattengo. “Gli fai un grande favore a quel piccoletto, fidati. Amici, ma perché esistono ancora? Non si son estinti?”
Mattia mi appunta due occhi carichi di riprovazione. “Sai, a volte penso tu sia più cinico di un camorrista.”
Allargo le braccia. “Me lo dicono anche le mie puttane quando non le pago abbastanza.”
“Va’ a farti fottere.” Lascia la stanza con un’uscita degna di una mignottella tradita. Provo a sorridere, ma il sorriso non regge più di un secondo. È la prima volta che mi viene rivolto un augurio così sincero.

Al bar sotto lo studio, alla fine del giorno, mi ritrovo con la mia fida pinta di birra in mano. La assaggio, la rimetto sul bancone, penso alla mia vita che non va da nessuna parte, mi deprimo e la riassaggio di nuovo. Procede più o meno così fino a che non ho toccato il fondo del bicchiere. Ogni tanto butto l’occhio su qualche bella donna venuta a sculettare un po’ fra i tavoli, a raccogliere quei due complimenti che le tengano su l’autostima. Per carità, niente di paragonabile alle gnocche da calendario – c’è sempre qualche evidente imperfezione a sporcarle – però ci si accontenta.
I miei colleghi non vengono mai qui. Sono gente da locali chic, che scolano drink solo per farsi i selfie da mettere su Facebook. Qui hanno paura di beccarsi la malaria o qualche malattia venerea starnutendo. Quanto mi divertivo, all’inizio, a invitarli a raggiungermi e a fare l’offeso in caso di rifiuto. Era uno spettacolo vederli con la smorfia di disgusto congelata in faccia che filtrava mezzi sorrisi e a fare lo sforzo di ricacciare un urlo in gola quando proponevo una bevuta e poi un’altra e poi un’altra ancora.
Una mano mi si scava sulla spalla. Presa decisa e decisamente maschile. Trattandosi di maschio, non ho neanche tanta fretta di girarmi. Ma lo faccio. È Mattia, senza più il broncio e con una luce strana negli occhi. “Senti, Carlo…” Non mi piace quest’esordio. Già si percepisce una richiesta sottesa, e le richieste sottese diventano moduli da firmare, lavori extra per cui non si guadagna niente e odore di scoregge da respirare nelle aule di tribunale. “…Perché sei sempre così stronzo? Davvero non ti interessa della fine che fa un bambino?” Ah, niente incarichi aggiuntivi, si gioca sul personale. Va bene, è una partita che posso sostenere.
“Definisci stronzo.”
“Sei maleducato, non ti interessa di niente e di nessuno, sei egoista, ti circondi di belle donne per poi scaricarle dopo aver finito i tuoi porci comodi, detesti tutti noi colleghi che nonostante tutto abbiamo sempre nutrito grande rispetto per te e vogliamo solo conoscerti meglio. Perché?”
Prendo la mia pinta. Sto per buttare l’ultima goccia rimasta, ma mi blocco con la lingua di fuori. Mi giro verso Mattia con l’espressione che mi tocca vertici di serietà mai lambiti prima. “Perché le persone sono stronze. Acidi figli di puttana che chiedono lealtà unidirezionale. Tu gliela concedi. Ti voti a quel rapporto. Ma poi si stufano perché trovano qualcuno con cui sostituirti, più brillante, spiritoso quanto una lavastoviglie sporca. Non importa che tu ci rimanga male, che ti facciano sentire svuotato come un intestino dopo un clistere. Di colpo non conti più. Sei solo. E se ritenti, se ci riprovi di nuovo, a farti degli amici, incontri superfici di parole che non vanno oltre le chiacchiere da bar di provincia, i pettegolezzi. Mai davvero che si riesca a dire quello che si pensa nel più profondo dell’animo.”
La stretta di Mattia è di nuovo lì, a dominarmi la spalla, ed è più vigorosa di prima. “A me puoi dirlo, quello che pensi.”
Sorrido davvero, anche questo suo invito mi sembra sincero.

lunedì 30 ottobre 2017

Il mio grosso grasso segreto omo (racconto)




Oggi è il gran giorno. Oggi mi sposo. Dovrei essere felice. Al settimo cielo. Eppure non lo sono. Mi sento come se stessi andando a un funerale. Mio fratello, che stamattina è venuto a salutarmi prima di fare un salto dal barbiere, ha notato subito quanto fossi giù di corda. Mi ha dato una spallata, come facciamo sin da piccoli. “Che cazzo c’hai, oh? Mica ci vuoi arrivare così all’altare?” Io mi sono stretto nelle spalle e gli ho detto che tanto mi sarebbe passata, che tanto quelle che mi leggeva in faccia erano solo le preoccupazioni sul futuro. Perché tutti sanno che io penso al futuro. Mi vedono qui, presente, nella carne e nello spirito, ma sono consapevoli che con la mente sono già agli inghippi finanziari e famigliari che incontrerò lungo il cammino. Sono fatto così. Se non pianifico, muoio dentro.
Ma oggi quella che tinge di grigio antracite un umore che dovrebbe avere i colori dell’arcobaleno è un segreto che mi porto dietro da un pezzo. Più o meno dagli inizi della mia relazione con Stefania. Sono bisessuale. Mi piace la figa ma anche il cazzo. Soprattutto il cazzo. Non lo sapevo prima di due anni fa, quando, ubriachi fradici, io e il mio amico Guglielmo – che mi farà da testimone di nozze – ci siamo scopati selvaggiamente svegliandoci il giorno successivo tutti imbrattati di sborra. Da allora, con una certa regolarità – un paio di volte a settimana – vado a farmi fare l’iniezione di cazzo da lui, che me lo srotola dentro con piacere, fiero di aver convertito anche me, lui che è orgogliosamente omosessuale, alla sodomia. Non direi che quella con Guglielmo sia una relazione vera e propria. Anzi, non la chiamerei affatto relazione. Sentimenti non ce ne sono, in gioco ci sta solo una fame carnale che si placa dopo un’ora piena di cavalcate.
Ma anche se relazione non è, questa abituale rimestata di corpi inizia ad apparire come un grosso segreto. Un segreto di proporzioni bibliche che non posso fare finta di schiacciare sotto le promesse nuziali. Il matrimonio è un’istituzione sacra. E io la rispetto profondamente. Non si può cementare un’unione con le menzogne.
È da qualche settimana, col giorno fatidico che guadagna sempre più terreno sul calendario, che mi riprometto di rivelare tutto a Stefania. Ho preparato anche il discorso. Ho scelto accuratamente ogni parola e valutato ogni possibile reazione che ne potrebbe scaturire. Se a ‘momenti di debolezza’ le fosse sfuggito un grido iroso, avrei ribattuto subito con ‘io amo solo te’. Se al mio ‘perdonami’ mi fosse arrivato uno sputazzo in pieno viso, non mi sarei neanche pulito a dimostrarle che la sua saliva non mi fa schifo, ma che anzi mi piace ancora. Però alla fine non le ho detto nulla. Da vigliacco quale sono, ho lasciato che i giorni con tutta la paura e il terrore si accumulassero fino a ridurmi al silenzio. E in tutto questo struggimento, non c’ho ‘manco pensato a diradare le inseminazioni di sperma. Si sono svolte abitualmente, anzi, con più frequenza di prima. Il sesso con Guglielmo mi ha aiutato ad alleviare i dubbi che mi pesavano in testa. Almeno fino a ieri.
Oggi, al pompino che mi ha fatto al risveglio, nella camera d’albergo vicino allo strip club – ovviamente per maschietti gay – in cui mi ha trascinato la notte prima, non ho sentito niente. L’eccitazione, quel fuoco che mi si scarica nelle vene e mi risale lungo la schiena, non l’ho sentita mica. Neanche mi si alzava, la bandiera. Era una moscia protuberanza che ‘manco un esercito di lingue avrebbe potuto ravvivare. Guglielmo se n’è accorto subito, e dopo qualche tentativo, a bocca spalancata, prima che l’esperienza si facesse umiliante, per lui e per me, mi ha invitato a rimettere tutto nella patta.
“Amico, oggi mi sa che non è il caso. Pronto a sposarti?”, mi ha fatto con un gran sorriso.
Ora sono nello stanzino del seminterrato di casa. Sto finendo di sistemarmi la cravatta davanti allo specchio e aspetto che mamma e papà mi chiamino per andare in chiesa. Mentre stringo il nodo, mi viene in mente che potrei anche impiccarmi qui. Potrei appendermi al gancio che pende dal soffitto e fare ciao ciao alle bugie e alle responsabilità. Ma la verità è che non ho le palle ‘manco per compiere un simile gesto. Sono così pavido, così stritolato dalla mia meschina vigliaccheria, che non sono capace neanche di scegliere l’ultima via di fuga che mi resta. Andrò all’altare, pronuncerò un solenne sì davanti a tutti, ma non sarò io. Non il solito Fabrizio. Al mio posto ci sarà una controfigura svuotata di tutto il ventaglio di emozioni possibili, che approderà alla fine del giorno come un automa, per inaugurare una vita insapore di ipocrisie.
Mia madre – o almeno la sua faccia a forma di melanzana – invade il rettangolo della porta e i miei pensieri. “Noi siamo pronti!”, fa con gioia incontenibile. L’intonaco che qualche professionista del mascara le ha messo al posto del trucco è già sbavato. Sicuro che prima di scendere si sia fatta uno di quei pianti commossi in cui mette a confronto il bambino che ero con l’uomo adulto e responsabile che non sono. È sempre così a ogni tappa decisiva dell’esistenza. Il mio primo giorno di scuola mi ha versato un Arno addosso perché avevo imparato a scrivere nome e cognome.
“Va bene, mamma.” Mi guardo un’ultima volta nello specchio. Controllo se la facciata di tranquillità è a posto, se non ci sono le screpolature delle preoccupazioni. Mi giro di qua, mi giro di là. No, non c’è niente. Pronto alla più grande menzogna della mia vita. Salgo le scalette e quando arrivo in cima, stampo un bacetto sulla guancia di mamma. “FABRIZIO!”
Se le lacrime le rovinano il trucco non le frega, ma se lo fa un gesto d’affetto sì. Bella logica. Comunque, nel giro di tre secondi la faccia imbufalita già si schiude in un sorriso felice. Mi tende il braccio e io intreccio il mio al suo, pronti ad andare al patibolo.

In chiesa, prima ancora di cominciare, c’è già uno scoppiettio di flash. Fotografi impazziti che vogliono catturare ogni dettaglio della cerimonia ‘manco fossimo delle celebrità da copertina. Renzo, mio cugino, mi saluta con la mano dalle prime file della navata centrale. Teso come sono, rispondo con un cenno della testa senza scompormi più di tanto. Quante cose vorrei raccontare a Renzo. Renzo non è uno di quei cugini con cui scambi due chiacchiere solo a Natale e a Pasqua, quando i genitori ti intrappolano nei loro riti famigliari. È un amico, una persona che ascolta, che empatizza, che fa suo il dolore tuo e poi ti vomita addosso una scarica di consigli che tu non saresti mai in grado di elaborare. A Renzo avrei potuto raccontare tutto. Della bisessualità, del sesso con Guglielmo, dell’amore che nonostante tutto provo per Stefania. Ma non l’ho fatto. Forse perché certe verità non ero neppure capace di ammetterle con me stesso.
Mi sistemo a lato dell’altare, lì dove posso ammirare le facce sorridenti di tutti i presenti, inclusi i genitori di Stefania che mi fissano con gli occhi che lampeggiano di minaccia. Il loro eterno timore, e pure fondato, è che la faccia soffrire, che succhi tutto quello splendore vitale che la infiamma di entusiasmo strapazzandola a suon di infedeltà. Nonostante le mie poco convinte rassicurazioni, le paure, imbottite di astio e diffidenza, sono ancora lì, vigili negli occhi piene di venuzze violacee.
Saluto i futuri suoceri con un altro cenno della testa, ma loro, anche se non posso sentirli bene, mi pare grugniscano.
“Lasciali perdere!”, mi sussurra mia madre. “Quando diventano consuoceri, ci penso io a loro. Tu pensa solo a essere felice con Stefania.”
Oh, grazie, mamma. Essere felice con Stefania. Sai sempre quali sono le parole giuste da pronunciare, eh. Prima di tutto non so cosa sia la felicità. Ne ho avuto vari assaggi, nel corso dei miei trent’anni, tutti flebili e transitori, ma non ho mai davvero capito cosa fosse, come fosse fatta davvero. L’idea di stare con Stefania poi mi fa sorridere. Ma è un sorriso puerile e innocente che vale per le coppie di adolescenti. Per due adulti alle soglie della vita matrimoniale è un flagello, una premonizione di instabilità.
Quando guardo tutti gli invitati, quando li includo in un’occhiata ampia e larga capace di abbracciare tutte e tre le navate, capisco esattamente quale sia la scelta giusta da fare.

Stefania nel suo sfavillante abito da sposa appare nel rettangolo luminoso della porta col braccio infilato sotto quello del padre. Mentre avanza lungo il tappeto rosso scocca sorrisi raggianti ai parenti e agli amici che la salutano con la mano.
Sento il battito cardiaco che accelera. Fra un po’ il cuore schizza fuori dal petto. Ho paura di quello che sto per fare. Fino a pochi minuti fa mi sembrava la cosa più logica e giusta. Ora inizio ad avere qualche dubbio. Il faccino di Stefania stillerà lacrime, questo non lo posso evitare. E non posso neanche evitare gli improperi che voleranno da entrambe le fazioni, la mia che si suppone debba appoggiarmi in ogni scelta e non lo fa mai, e quella di Stefania, che avrebbe tutti i motivi per darmi contro. Però lo sguardo affranto dei miei genitori non so se riuscirei a sopportarlo. Mamma ha degli occhioni che quando si riempiono di lacrime diventano smeraldi lucidi e tristi, e papà mette su l’espressione da cucciolone bastonato con cui mi schiaffeggiava l’umore fin dalle prime marachelle scolastiche. No, il dolore non so se sarei in grado di mandarlo giù. Ho paura che mi mandi in pezzi, così come sta facendo l’ansia alle mie gambe.
Stefania guadagna il mio fianco e infilo tutte le preoccupazioni sotto il sorrisone bianco e lucente che le punto addosso. Lei mi sorride di rimando scostandosi il velo che le pizzica una guancia.
“Signore e signori, siamo qui riuniti per celebrare il matrimonio tra Fabrizio e Stefania…”
“Ehm… vorrei dire prima una cosa.” È il momento. Adesso. Ora o mai più. Ora o un’eternità di menzogne. Ora o una vita scomoda che non è della mia misura. Stefania inarca le sopracciglia. È la prima che fiuta il pericolo. Tutti gli altri ci arrivano con grande ritardo, cullati in un momento di smarrimento fatto di bocche e occhi sgranati.
“Sentite. Io…” Stefania senza tanto dare nell’occhio mi pinza un lembo dello smoking fra indice e pollice. Con la faccia terrorizzata mima un: ‘Ma che cazzo stai facendo?’
Mi sgancio dalle sue dita, perché so che non appena avrò finito quel tocco delicato tramuterà in una possente sberla capace di rimescolarmi occhi, naso e bocca, e proseguo, stavolta guardando con coraggio, uno per uno, genitori e amici più cari. “Io oggi non posso sposarmi. C’è un’altra persona nella mia vita…”
Ecco la sberla. Sono così pronto a riceverla che invece riesco a schivarla. Stefania si toglie il velo e lo getta furiosamente a terra. La mamma, intuendo quello che sta per accadere, si precipita ad afferrarlo prima che possa calpestarlo coi tacchi. Il padre, l’uomo che mi odia fin dal giorno del primo incontro – ossia, una serata parecchio convulsa fra telefoni che squillavano a tavola e richieste infastidite di spegnere, fra battute sporche che gli sbattevano addosso senza scaturire le risate prefigurate e lagne politiche che invece non suscitavano il mio interesse – si alza in piedi, con tutti i suoi cento chili di vene varicose, porri e verruche e mi guarda. Mi guarda soltanto. Con un’espressione che di primo acchito, a uno che è estraneo all’articolata tavolozza espressiva della sua faccia, potrebbe persino risultare pacifica. Ma io, che in questi anni ho imparato a conoscerlo un po’, so che dietro la calma si agita un uragano di urla che aspetta solo un minimo innesco. Un’altra mia parola, un cenno e si salvi chi può. E infatti quando il piede, mai troppo lesto, si indirizza all’uscita, rimbomba: “BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA, PEZZO DI MERDA, SCHIFOSO BASTARDO CHE NON SEI ALTRO. MA COME CAZZO TI PERMETTI…”
I miei piedi mi conducono fuori, nella brezza primaverile che mi sfrigola sulla pelle. Ho il cuore che mi bussa insistente al petto e la dignità che sgocciola a terra col sudore. Nonostante il velo opaco che mi oscura la vista, riesco a distinguere la figura di Guglielmo che mi sorride e mi viene incontro.
Mi stringe forte. “Almeno così potremo scopare senza più sensi di colpa.”